L’uomo arrestato ai Parioli con un jammer e una chiave bulgara, era per la giustizia belga l’esperto di elettronica del furto al Diamond Center del 2003. In “Stolen” il capo della banda lo descrive come “piccolino, molto scaltro e intelligente”
“Piccolino, molto scaltro e intelligente: tra l’hacker, il computerista e l’allarmista”. A fornire l’identikit del “Genio”, al secolo Elio D’Onorio, è il suo capo, “l’Artista”. Leonardo Notarbartolo, l’uomo che ha architettato il colpo del secolo al World Diamond Center di Anversa nel 2003, lo descrive così nel docufilm Netflix Stolen, diretto da Mark Lewis.
Dalla sua bocca non esce mai il nome di D’Onorio: “Non conoscevo i nomi, solo i soprannomi”, dice. Per la giustizia belga, però, non ci sono dubbi: il Genio era lui e ha già pagato, scontando cinque anni di carcere. Nella banda il suo compito era disattivare o stordire i sistemi di sicurezza. La stessa funzione del jammer trovato dalla polizia il 25 aprile scorso nel baule del suo Scarabeo, parcheggiato ai Parioli, e che ha portato al suo arresto.
La storia di D’Onorio
La storia del “genio” comincia a Latina, dove è nato nel 1957. Una carriera da tecnico esperto in sicurezza e tutela della privacy. Competenze utilissime anche in un altro settore: quello dei furti. Alla fine degli anni ’90 fu accusato di alcuni maxi-colpi nel capoluogo pontino, tra cui uno alle Poste centrali, uno a una sede Monte dei Paschi e uno al caveau del tribunale, per un bottino da oltre due miliardi di lire. I processi ai presunti autori, soprannominati “gli uomini d’oro”, si conclusero con tutte assoluzioni, lasciando un punto interrogativo su quella stagione.
Questa, però, è un’altra storia. Nel 2003 il “genio” diventa una pedina fondamentale del gruppo che mette a segno il colpo di Anversa. Lui e i suoi complici vengono accostati alla cosiddetta “Scuola di Torino”: professionisti specializzati in furti a banche e caveaux, cresciuti anche grazie alla tradizione metalmeccanica sotto la Mole. Lavorare i metalli ogni giorno li metteva un passo avanti rispetto agli altri.
Il documentario Netflix
I membri della banda si sarebbero conosciuti un anno prima del colpo, nel marzo 2002, in un capannone industriale nel porto di Anversa. Dal docufilm si capisce perché lo chiamassero così. Basta una scena. Una delle porte da scassinare aveva un codice che cambiava ogni settimana, con milioni di combinazioni possibili. Lui, almeno secondo il racconto di Notarbartolo, trovò la soluzione: “Quando il genio ha visto che sopra la porta c’era una lampadina, ha messo una microcamera all’interno. Poi serviva un trasmettitore”, racconta. Per nasconderlo escogita un piano fuori dal comune: “Ha visto un estintore nel vano caldaia, l’ha fotografato e, una volta in Italia, ne abbiamo fatto uno uguale inserendo il registratore all’interno”.
Se nel docufilm non viene mai inquadrato, in un’altra serie sono più attori a interpretarlo. È Everybody Loves Diamonds, diretta da Gianluca Maria Tavarelli e in onda su Prime Video. Come spesso accade nelle sceneggiature, la sua figura è stata fusa in almeno due personaggi: Ghigo (Gianmarco Tognazzi), l’allarmista, e Alberto (Leonardo Lidi), l’hacker. Indizi che, pensando al Genio, non passano inosservati.
A distanza di ventitré anni, D’Onorio si trova di nuovo in tribunale. Il pm Mario Pesci lo accusa di “possesso di apparecchiature atte a intercettare, impedire o interrompere comunicazioni informatiche o telematiche”, dopo essere stato trovato ai Parioli con un jammer e una chiave bulgara. Difeso dai penalisti Giuseppe Graziano e Luigi Lana, “il genio” assicura di aver chiuso con i furti e sostiene siano strumenti esclusivamente professionali, utilizzati per servizi di tutela della privacy dei suoi clienti. I legali hanno chiesto una perizia sul jammer. Ora dovrà dimostrare in aula di aver davvero chiuso con il suo passato.
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