LATINA- Quando, nel 2013, i partiti andarono in processione da Giorgio Napolitano, il vecchio migliorista pronunziò a Camere riunite forse il discorso più duro della storia repubblicana.
Ai parlamentari che, spellandosi le mani, lo applaudivano, Re Giorgio non fece sconti né concessioni. Praticamente li mise di fronte alla loro totale incapacità di esercitare il ruolo politico ed istituzionale che la Costituzione gli attribuisce.
Nove anni dopo la Storia non ha insegnato un bel nulla, altro che magistra vitae! In questi giorni le presunte leadership politiche hanno mostrato tutta la loro inadeguatezza nel fronteggiare una sfida complessa, ma ordinaria, come l’elezione del Capo dello Stato.
Salvini ne esce per quel che è: un piccolo leader del tutto sprovvisto di qualsivoglia raffinatezza istituzionale. Un elefante si muoverebbe meglio fra i velluti e gli stucchi dei palazzi della politica. Il malessere e le dimissioni ventilate dall’intelligente Giancarlo Giorgetti sono la spia del malessere palpabile in casa Lega: da una parte ci sono Salvini e gli uomini del Papeete, dall’altra Giorgetti con i Presidenti di Regione.
Giuseppi Conte, il passante per caso transitato a Palazzo Chigi, si illude d’essere il capo politico del Movimento Cinque Stelle. Ci credono soltanto in tre, al netto di se stesso: Rocco Casalino, Marco Travaglio e Goffredo Bettini.
Ieri sera, a conclusione di queste pazze giornate, Luigi Di Maio, ha pronunciato parole che s’attagliano ad un uomo di Stato. Fui uno di quei cretini che, all’inizio, gli rimproveravano i pochi studi, i lavoretti di fatica giudicandolo nella migliore delle ipotesi un guitto. Sbagliavamo. Il ragazzo di Pomigliano d’Arco ha dimostrato d’essere un secchione con l’istinto e la passionaccia per la Politica. Alla sua età ha girato più Ministeri che discoteche.
La Meloni tiene il punto e si candida ad essere la reginetta della destra all’opposizione, ab aeterno. Ha una autostrada lasciata libera dal Salvini e da un Cavaliere che, probabilmente, è più a suo agio con i liberali ed i moderati di sinistra (come dargli torto?).
Certo, queste ore hanno segnalato una profonda emergenza: il sistema politico- istituzionale italiano è giunto alla fase terminale della sua malattia. I partiti, un tempo, erano forze di popolo idee e valori ed il Capo dello Stato lo vedevi apparire il 2 giugno e la sera del 31 dicembre.
Con lo spappolamento dei partiti – ad opera di quel personaggio riprovevole che risponde al nome di Antonio Di Pietro – gli inquilini del Quirinale devono esercitare il proprio ruolo con maggior vigore politico. Sarebbe giunta l’ora di ipotizzare un cambio – vero, non a parole – di Repubblica, varando un sistema istituzionale alla francese. A chi dovesse obiettare che così facendo si rischierebbe la deriva autoritaria, ricorderei le splendide parole di Calamandrei che, più o meno, suonano così: la democrazia rischia quando il sistema è debole ed ammalato, non quando è nel pieno delle sue funzioni.
Il commento più lucido, come sempre, è di Rino Formica intervistato dal quotidiano “La Stampa”: ” Ci hanno salvato i peones!”. Nel senso che i parlamentari semplici, magari anche quelli che, complice la sciagurata legge sul taglio dei parlamentari, son certi di non tornare mai più in Parlamento, si sono ribellati apertamente alle presunte strategie dei presunti leader.
Formica rileva, poi, che abbiamo assistito ad una anomalia pericolosa: Palazzo Chigi, in queste ore, s’è fatto partito, brigando per l’elezione di Mario Draghi al Quirinale. Il Premier, a digiuno di Politica ma affamato di potere, non avrebbe dovuto lasciar intendere, in quella triste conferenza stampa di finne anno, di pensare al trasloco istituzionale. Anche perché, in un Paese liberale e democratico, che un banchiere centrale passi da Chigi al Quirinale con tale nonchalance avrebbe costituito un grave precedente, oltreché una sgrammaticatura istituzionale.
Tra figurine e figuranti, Pierferdinando Casini ha davvero offerto una bella prova di sé: l’eleganza con cui ha escluso il suo nome dalla corsa, lasciando la scena a Mattarella prova che sarebbe stato un ottimo Capo dello Stato. Come ha detto in una intervista a Repubblica: “I tecnici non possono pensare di sostituirsi alla politica”.
La Politica, però, ha bisogno di rifondarsi, scrivendo nuove regole del gioco politico- istituzionale. Se mancherà questa sfida, il passo successivo sarà la liquidazione totale della democrazia italiana.
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