LATINA- Nei giorni scorsi lo avevo cercato. “Enzinooooooooo”, col solito tono nostro, di eterni giocolieri sempre tra l’allegria ed il precipizio nero della tristezza.
La voce non era la sua, parlare era diventata una fatica. “Ciao”, gli ho detto.
Ci siamo fatti compagnia, tanto, per tanti anni. Anni difficili, complicati e che lui mi ha insegnato ad affrontare trovando sempre un qualcosa per cui ridere, scherzare. La chiave della ironia caustica, nera, corrosiva innanzitutto su noi stessi. Sulle nostre miserie di uomini piccoli a questo mondo.
I capelli al vento, spettinatissimi ma a loro modo perfetti (non sapeva cosa fosse il barbiere e, quando gli dicevo che dovevo andarci – una volta alla settimana – mi ripeteva che ero un deficiente a spendere soldi inutili), il sigaro perennemente a disegnare fumetti fumanti di parole, invettive, paradossi carichi di verità.
Era curiosissimo, il Signor Enzino. Leggeva tutto e di tutto. Lo chiamavo il pomeriggio: “Ma che facciamo, usciamo?!” e dall’altro capo del telefono la musica classica che amava moltissimo. Intere giornate a sentir musica.
Ultimamente la passione era per la cucina. Giocava ad inventar ricette, a selezionare gli ingredienti. Il cibo ed il vino, per noi, sono argomenti importanti. Non dimenticherò mai le nostre osterie, gli aperitivi, le bottiglie stappate che erano preghiere laiche disperate e disperanti ma tremendamente innamorate della vita.
Piazza della Libertà. Ti vedo ancora, gambe aperte, occhiali da sole e sigaro a goderti il sole in fronte. Non desideravi altro che quello, per te era il paradiso. In uno spicchio di sole ti meravigliavi di quanto potesse esser bella la Vita.
Da te ho un po’ copiato, Signor Enzino. Le giacche, le sciarpe, i colli della camicia alzati. Quando ti vedevo con un capo nuovo ti fulminavo: “Ma dò l’hai preso?!”. Tu, ridendo: “Eh…. ma che non lo sai?! A Nizza o Cap Ferrat, non ricordo”.
Laddove le cittadine della costa azzurra altro non erano che il nostro mercato del martedì, sì, quello degli stracci , dove ci divertivamo a scavare, scavare, scavare ed ecco che uscivano il cachemire, la seta, Tagliatore, Corneliani, Prada.
Il Bar San Marco, finché c’era, è stato il prolungamento di casa. Un salotto dove parlare, litigare (quando discutevamo mi ammonivi: “Oh, ti ho messo il cartellino giallo!”) e scherzare sull’umanità circostante. Gli amori d’un secondo, il fatto politico o di cronaca, tutto assumeva i contorni serissimi di una trattazione colta.
Sabato 18 dicembre, alle 17.16, mi arriva un tuo sms: “Nato Giulio Giovannetti Ceccano. Saluti”. Eri pazzo di questo nipotino che hai fatto in tempo a conoscere, amare, accarezzare. Giorgia, tua figlia, sempre con te come un ancora ed un àncora senza fine.
Sei stato lucido consapevole e sereno fino alla fine. Io non sapevo che dirti al telefono, ero molto in difficoltà. Ho fatto in tempo a dirti che ti voglio bene, caro Signor Enzino!
Se la Vita di ognuno di noi segue percorsi obliqui, non rettilinei, la Morte è il vero banco di prova dell’Uomo, dell’essere umano. Tu l’hai affrontata con dignità, rispetto e decoro.
Una gran bella lezione, Signor Enzino.
Come ti ho detto al telefono l’ultima volta, Ciao.

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