Coloro che nacquero e crebbero nel cinquantennio successivo alla fine della seconda guerra mondiale sapevano che il richiamo ai fatti era coerente alle parole che li esprimevano, erano consapevoli che la conoscenza e la competenza erano un obiettivo da raggiungere per migliorare la propria condizione economica e che la scienza era da salvaguardare e la privatezza un fondamento sacro e inviolabile. Trascorso quel periodo, in coincidenza con l’accesso libero ad internet, con il moltiplicarsi delle televisioni private e con il subentro di un potere politico apparentemente democratico ma di fatto oligarchico, la situazione sociale gradualmente cambiava in peggio, annullando di fatto tutto ciò che stava alla base della certezza, della coerenza, della giustizia, dell’uguaglianza e della libertà. L’informazione attraverso i diversi canali soprattutto privilegiava le storielle, le post-verità, le notizie false o fuorvianti (fake news) e quant’altro di traviante si ritenesse adatto per orientare il pubblico nel senso voluto. Infatti, oggi, “Viviamo in un tempo in cui il racconto e le tecniche dello storytelling (cioè L’arte del raccontare storie impiegata come strategia di comunicazione persuasiva) sono diventati abituali prassi di lavoro. I post, le video stories e le foto sono gli strumenti che usiamo abitualmente per esprimerci e che di conseguenza rappresentano la nostra personalità, i nostri brand e prodotti. Tuttavia, il racconto può avere degli effetti sulla percezione dei fatti di una realtà che sia politica, sociale o commerciale”. Ciò è sostenuto dal sociologo Andrea Fontana nel suo saggio “Regimi di verità – Convivere con leggende e fatti alternativi” (Codice edizioni, 2019), secondo cui “nei regimi di verità – capricciosi – le percezioni sono tutto. E – come insegna Putin – non possiamo più ignorare le regole del perception management.”, cioè le regole della gestione della percezione, secondo cui gli individui selezionano, organizzano e interpretano le loro sensazioni ricevute attraverso la narrazione.
Considerando che una parte dei mezzi di comunicazione di massa (tv, internet, giornali) costituisce un “regime di verità” nel senso già commentato, risulta fondamentale che l’Università continui a svolgere il suo insegnamento e la sua ricerca liberamente per rimanere, assieme alla Scuola, l’unica barriera al prevalere dell’ignoranza e della sopraffazione. L’Università, secondo l’umanista liberale tedesco Wilhem Von Humboldt (1767 – 1835), è “la vita spirituale di quegli esseri umani che sono portati dalle condizioni di agiatezza da un intimo impulso verso il sapere e la ricerca”. Questa spinta incontrollabile, infatti, porta le persone a scoprire e a comprendere la realtà esercitando le proprie facoltà intellettuali attraverso lo studio e la ricerca continui, e a contribuire così all’ampliamento della cultura e quindi al miglioramento della società, di cui sono componenti, per tutto ciò che riguarda i bisogni umani fondamentali e la conquista dei diritti umani. Il concetto di Università in Europa nacque a Bologna con l’appellativo “Alma mater studiorum”(Madre e nutrice degli studi), la prima in Europa e nel mondo. Era il 1088, in pieno Medio Evo, periodo in cui l’ignoranza dilagava. Vi venne elaborato un metodo “standard” che si diffuse prima in Europa (Oxford, 1096; Parigi, 1108), e in Italia (Padova, 1222; Napoli, 1224; Roma, 1303;Catania, 1434) e poi, molto più tardi, nel mondo. Questo metodo consisteva nella libertà di insegnamento e di ricerca, perché indipendente dal visto statale e dal controllo del potere politico e religioso, essendo l’ Alma mater studiorum auto-governata da professori e studenti. Essa venne aperta a tutti, bolognesi e stranieri, che potevano frequentare qualunque facoltà laica,
Oggi – riporta l’Enciclopedia Treccani – «L’università è la sola istituzione presente in tutti gli Stati europei con i medesimi obiettivi, simili strutture e una comune cultura. Essa rappresenta una comunità intellettuale che riflette la necessità e le potenzialità dell’integrazione sociale e politica dell’Europa». E anche dalla dichiarazione di Port Huron (1962), in Michigan (USA), del movimento studentesco nordamericano SDS – Students for a Democratic Society si evince che “… L’università gode di una posizione permanente di influenza sociale. La sua funzione nel campo dell’istruzione la rende indispensabile e ne fa automaticamente un’istituzione decisiva per la formazione della coscienza sociale. In un mondo incredibilmente complicato, essa costituisce l’istituzione centrale che organizza, vaglia e trasmette la conoscenza …”
Colpire, allora, l’Università nel senso di limitarne la libertà d insegnamento e di ricerca e sottomettere al potere politico i professori significherebbe distruggere tutto quello che con fatica e travaglio si è conquistato in circa mille anni a discapito dello sviluppo culturale e del miglioramento della coscienza sociale.
Francesco Giuliano
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