ROMA – Coronavirus, riapertura delle scuole in bilico Regione e sindacati contrari. «Con questi dati in crescita faccio un appello a riflettere bene sulla riapertura delle superiori il 7 gennaio: dovrebbero restare chiuse, in tutta Italia. Sarebbe imprudente riaprire in questa fase dell’epidemia». L’assessore regionale alla Sanità, Alessio D’Amato, ha espresso il suo disappunto sul via libera arrivato dal Governo alla ripartenza delle lezioni in presenza, anche se soltanto al 50 percento e con due orari differenti di entrata ed uscita. Un disappunto condiviso anche dalla maggior parte dei governatori delle Regioni del Paese, pronti ad opporsi. Sulla loro spinta il presidente della Conferenza Stato-Regioni, Stefano Bonaccini, ha chiesto un nuovo incontro al premier Giuseppe Conte con l’intento di ottenere un rinvio della riapertura, almeno nelle aree territoriali più a rischio.
Punti già emersi durante la riunione svolta sabato nel Lazio, fra Regione e sindacati della scuola per la definizione del piano in vista del riavvio delle lezioni (presenti oltre alle organizzazioni sindacali anche l’assessore regionale all’Istruzione, Claudio Di Berardino, e Nicola Passanisi dell’assessorato ai Trasporti). «E’ necessario ripartire in sicurezza e la situazione attuale non lo permette, soprattutto alla luce del rapporto tra test e contagi rilevati – ha comunicato in una nota lo Snals-Confsal (il sindacato nazionale autonomo lavoratori scuola) – In questo momento non ci sono le condizioni per ripartire con la scuola in presenza e per passare poi dal 50% al 75% servirebbero almeno due settimane di tempo, necessarie per monitorare le conseguenze della riapertura. Inoltre la decisione dei doppi turni creerebbe difficoltà di organizzazione al personale docente e ATA, ad oggi ancora non completamente nominato».
Sul tema è intervenuta anche la Gilda di Latina, infatti all’ultimo tavolo regionale la Gilda Insegnanti e le altre sigle si sono dette contrarie all’ipotesi di ripartenza
in classe delle superiori sul rientro a scuola il 7 gennaio, troppe criticità per riprendere
in presenza
Dai trasporti alle fasce orarie in ingresso fino ai turni pomeridiani: le lacune e i dubbi del sindacato
«Pur fautori di un ritorno graduale alla didattica in presenza, alla luce dell’andamento poco rassicurante della pandemia, riteniamo non ci siano le condizioni per rientrare in classe già a partire dal 7 gennaio. Nonostante tutti gli sforzi messi in campo finora, restano ancore diverse incertezze rispetto ad una corretta e adeguata regolazione dei trasporti e, soprattutto, sulle misure sanitarie di tutela e prevenzione per e nelle scuole». Così la coordinatrice provinciale della Gilda Insegnanti di Latina, Patrizia Giovannini, sulla ripresa in presenza delle attività didattiche dopo le festività natalizie.
La Gilda ha partecipato al tavolo regionale del 2 gennaio scorso e in quella sede, d’accordo con le altre sigle sindacali presenti, ha espresso netta contrarietà alla riapertura delle scuole prevista per il 7 gennaio. «A nostro avviso – afferma Giovannini – si presenta già grave la situazione negli istituti del I ciclo dove si è continuato a fare lezione in presenza, ma non senza incognite e disagi che imporrebbero una rimodulazione. Ci sono poi diversi dubbi e preoccupazione per l’assetto organizzativo pensato per il rientro delle superiori: la frequenza al 50% in un primo momento, poi del 75% a partire dal 15 gennaio, divisa in due fasce temporali di ingresso, alle 8 e alle 10, non può considerarsi risolutiva nella prevenzione al contagio né consente l’apprendimento e il normale scorrimento delle attività didattiche».
La sindacalista denuncia inoltre la totale assenza di considerazione delle misure da adottare per la permanenza degli alunni a scuola fino a pomeriggio inoltrato: «Ci sono oggettive difficoltà legate alla mancanza della mensa, dunque della tutela alla salute alimentare, alla mancanza di tempo per lo studio e le attività funzionali all’insegnamento e apprendimento, alla mancata tutela della salute del personale scolastico. D’altra parte, ad oggi, non c’è stata alcuna assunzione di responsabilità per accogliere proposte concrete di riduzione oraria, di fatto occorrerebbero molto tempo e lavoro solo per organizzare i turni e le disposizioni interne ad essi correlate. Restano ancora: l’impossibilità di prevedere tutele anche per i docenti pendolari che viaggiano sulla rete ferroviaria e tranviaria insieme a tanti alunni; la mancanza di presidi sanitari fuori e dentro le scuole, dei tamponi rapidi da disporre in tutti gli istituti, l’impossibilità di garantire misure di sicurezza uniformi e necessarie per tutti gli insegnanti, gli studenti, le famiglie.
«Infine – conclude Giovannini – non può essere ignorato lo sforzo fatto dai docenti per adeguarsi alla didattica a distanza e alla didattica digitale integrata: è un lavoro sommerso, non riconosciuto e sta andando oltre la misura in termini di impegno e tempo».
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