Presso l’Università di Catania è stata condotta la ricerca dal titolo “Strategies to mitigate the COVID-19 pandemic risk” al fine di individuare le cause in base alle quali la diffusione della pandemia sia stata più veloce e letale in alcune regioni dell’Italia settentrionale rispetto a quelle centrali e meridionali. Ad essa ha collaborato un team interdisciplinare di docenti e ricercatori di diversi Dipartimenti. Dall’analisi dei dati ufficiali messi a disposizione dall’Istat, dall’ISS e da altre agenzie europee è emersa “una interessante e forte correlazione fra l’impatto della pandemia da Covid-19 e diversi fattori che caratterizzano in maniera diversa le regioni italiane quali l’inquinamento atmosferico da PM10 (come ho già evidenziato in un mio precedente articolo del 24 marzo scorso riportato nel seguente link: https://www.news-24.it/tra-le-polveri-sospese-nellaria-e-il-coronavirus-covid-19-ce-una-correlazione-soltanto-una-ricerca-adeguata-che-coinvolga-la-chimica-potra-dare-una-risposta/ ), temperatura invernale, mobilità, densità e anzianità della popolazione, densità di strutture ospedaliere e densità abitativa – sostiene Andrea Rapisarda, professore associato di Fisica teorica dell’Università di Catania.
I ricercatori indicano che “Il nostro indice di rischio epidemico mostra forti correlazioni con i dati ufficiali disponibili dell’epidemia Covid-19 in Italia e spiega in particolare perché regioni come Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte e Veneto stiano soffrendo molto di più rispetto al centro-sud. D’altra parte queste sono anche le stesse regioni che solitamente subiscono il maggiore impatto (in termini di casi gravi e decessi) anche per le influenze stagionali, come rivelano i dati dell’Iss”… . “Riteniamo quindi che non sia un caso che la pandemia di Covid-19 si sia diffusa più rapidamente proprio in quelle regioni con un più alto rischio epidemico. I primi casi sono stati individuati sia a Roma a fine gennaio, con la coppia di turisti cinesi che girava da un po’ per la capitale, sia in Lombardia e Veneto a fine febbraio”. Lo studio ha tenuto conto del fatto che, qualche giorno prima del lockdown del paese e anche dopo, molte persone dal nord sono rientrate nei loro luoghi di origine al centro sud“diffondendo molto probabilmente il virus in tutta Italia. Stime abbastanza realistiche ci dicono che in Italia, a causa di una fortissima percentuale di asintomatici o sintomatici lievi, a cui non è stato effettuato alcun tampone, ci possano essere al momento da uno a dieci milioni di persone che sono venute in contatto col virus e che probabilmente sono sparse un po’ in tutte le regioni”.
Nonostante che le misure di isolamento sociale abbiano contenuto la diffusione della malattia “non si spiega altrimenti come mai il maggior numero di casi di terapie intensive e decessi sia avvenuto di gran lunga proprio in quelle regioni del nord Italia dove appunto il rischio epidemico da noi stimato è maggiore”.
Infine i ricercatori sono del parere che “Questo studio, se da una parte ci fa capire perché il nord Italia sia tendenzialmente sempre più a rischio per quanto riguarda le epidemie, dall’altra lascia ben sperare per il centro-sud, dove molto probabilmente l’impatto di questa pandemia e di possibili altre ondate future sarà sempre più lieve in termini di casi gravi e decessi a causa del minor rischio epidemico legato ai fattori strutturali trovati. Questo studio potrebbe anche essere utile per immaginare delle possibili riaperture graduali del paese che, secondo questa logica, potrebbero partire proprio da quelle regioni con un rischio epidemico minore”. (estratto da https://catania.liveuniversity.it/2020/04/10/coronavirus-unict-studio-rischio-epidemico/).
Francesco Giuliano
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