Dallo spaesamento all’etica del viandante

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L’etica del viandante di Umberto Galimberti                                                    Dallo spaesamento all’etica del viandante (Parte quinta)

          Nell’età della tecnica non comprendiamo più il mondo a partire da un senso ultimo. (Umberto Galimberti)

         In questa ultima parte del saggio, caratterizzato dalla originalità e dal fascino che derivano dalle suggestioni e dallo spessore argomentativo, l’autore si pone una domanda: «È ancora possibile una morale nella nostra epoca che tutti riconoscono contrassegnata dall’egemonia della tecnica? Oppure la tecnica ha già risolto a suo modo il problema della convivenza tra gli uomini con più successo di quanto non sia riuscito a tutte le morali che si sono succedute nella storia?».                                                                                                                                                                 Per Galimberti la “morale a tutti comune” ha ceduto il posto alle “morali professionali o tecniche”. Nell’era della tecnica la morale, che non è neutrale, offre solo i mezzi, perché crea un mondo, un ambiente scientificamente e tecnologicamente organizzato con determinate caratteristiche. L’uomo oggi, di fronte alla tecnica, non è più soggetto, non ha più il dominio, perché la tecnica non è più uno strumento nelle sue mani, a sua disposizione. Il mezzo tecnico oggi si è così ingigantito che l’uomo è diventato funzionario dell’apparato tecnico e così la tecnica da mezzo è diventata fine.                                                                                                                              In questa nuova prospettiva cambia la nozione di verità, il senso della vita, della morale e il mondo viene percepito come un’interrotta catena di utilità. Con la tecno-scienza si apre lo scenario dell’imprevedibile, imputabile all’eccesso del fare da parte dell’uomo, maggiore del prevedere e di conseguenza di valutare e giudicare.                Quindi non più l’etica dell’intenzione, inaugurata dal cristianesimo, né l’etica della responsabilità invocata da Max Weber prima e da Hans Jonas dopo, ma l’etica della tecnoscienza, il cui imperativo «Si deve conoscere tutto ciò che si può conoscere» è strettamente legato al «Si deve fare tutto ciò che si può fare».

          Finora l’etica, come forma dell’agire in vista di fini, si è occupata di come gli uomini convivono con gli uomini, quali rapporti devono intercorrere tra loro e come dovrebbe funzionare la società per ridurre la conflittualità. Oggi invece la tecnica sta mettendo a rischio l’ecosistema che va salvaguardato. Occorre rimuovere la deresponsabilizzazione degli individui e della società, la loro indifferenza emotiva in modo che non si atrofizzi il senso della responsabilità.

          All’etica del dominio della terra, da parte dell’uomo sulla natura, si contrappone l’etica del viandante che, percorrendo la terra senza una meta, conosce il primato della vita. La cultura tecnologica dell’età post-moderna rovescia il rapporto uomo-macchina e la guida passa alla macchina e rafforza l’intenzione antropocentrica di dominare la natura e l’uomo resta subordinato all’accadere tecnico.                                                                                                                                                        In questa epoca è necessario modificare radicalmente il paradigma che ha regolato finora il rapporto dell’uomo con la natura e passare dall’etica antropocentrica a un’etica biocentrica. L’uomo deve pensarsi non come padrone della natura, ma come espressione della natura senza alcun privilegio rispetto alle altre espressioni animate e inanimate, perché è la natura la fonte della vita, e non la potenza dell’uomo.

          Nel secolo scorso si è verificata una progressiva sfiducia nell’idea di progresso fondato sul dominio incontrastato dell’uomo sulla natura, e oggi è necessario cominciare ad amare la vita in tutte le sue forme viventi (piante e animali compresi) e per questo motivo è necessario cambiare paradigma: dal meccanicistico che segue la logica lineare di cause ed effetti della scienza cartesiana, a quello sistemico della complessità che lega tutte le cose in un rapporto di reciproca indipendenza e interconnessione di tutti gli elementi della natura (l’uomo compreso).

          Il destino dell’uomo non è quello di dominare la terra, ma di riconoscere che uomo e terra sono tra loro interconnessi in modo inseparabile. Il viandante guarda al futuro senza promessa finale per poter scorgere altre modalità di abitare la terra; non più al futuro-salvezza promesso dalla religione, neppure al futuro-progresso irreversibile promesso dalla modernità. Il viandante, che anela a cose più lontane e sogna una città senza mura, nella sua erranza conosce popoli e Paesi e accetta di vivere nell’incertezza e nell’imprevedibilità; non è un viaggiatore perché il suo cammino non ha una meta da raggiungere, muove i suoi passi per conoscere ciò che incontra per via.

Attraversando i confini, il viandante intravede la possibilità che nasca un’identità che prescinda dall’appartenenza religiosa e culturale, politica e familiare alla propria cultura. Nel camminare il viandante incontra lo straniero al quale non chiede l’integrazione nella nostra cultura, nei nostri usi e costumi, ma offre il riconoscimento della sua alterità.

L’etica del viandante riconosce la differenza tra le culture e nel suo cammino non incontra il prossimo, ma si fa prossimo. La prossimità non è data, ma si costruisce mediante il farsi vicino all’altro e un decentrarsi dal proprio Io, perché noi e l’altro abbiamo in comune la stessa umanità che ci affratella.                                                                                                                                                                          Il viandante è testimone di altre storie che scopre nel suo cammino e si accorge di essere una parte del mondo e nell’incontrare le diverse culture, conosce la storia delle altre genti che cominciano a raccontare la loro storia e percepisce la sua cultura (dell’Occidente) relativa e non unica e universale. L’etica del viandante, nel raccogliere le memorie culturali delle genti dei vari territori, propone, al posto dei diritti dell’uomo, il diritto dei popoli e, al posto del primato dell’uomo su tutti i viventi, propone il primato della vita a difesa dei diritti della terra.

Oggi la memoria informatica, nel raccogliere informazioni e dati disponibili alla politica e all’economia, non ha alcuna localizzazione nello spazio e nel tempo e cancella ogni narrazione, ogni radice, ogni storia. Nella versione dell’intelligenza artificiale la memoria informatica, che è la punta più avanzata finora raggiunta dalla ragione occidentale, non ci chiede di pensare ma solo di digitare, e il pensiero in un mondo informatizzato viene ridotto a calcolo, a fornire dati sempre più numerosi e dettagliati.

Il viandante, di fronte al disordine dell’Universo e alla sua dimensione policentrica, abbandona l’etica antropocentrica, che ha regolato finora il rapporto dell’uomo con la natura, per una indispensabile etica planetaria, dove non l’uomo, ma la vita della terra diventa la misura di tutte le cose. L’uomo ha imposto con la tecnica la sua legge al pianeta e scopre di essere non più signore e padrone, ma detronizzato, decentrato e periferico nell’Universo ai margini di una galassia tre le molte.

Scoprendo la Terra come sua patria, come habitat del suo vagabondare, il viandante sostiene l’urgenza di una alleanza, non più rinviabile, tra uomo e natura. Nel suo intimo, a causa dello sviluppo incontrollato della tecnica, che ha portato all’indiscriminato sfruttamento delle risorse della terra, il viandante avverte una sotterranea e profonda solidarietà e amicizia con la natura per non mettere in pericolo l’intera specie umana e far sì che l’umanità possa continuare a vivere. L’uomo deve ridurre il suo potere distruttivo nei confronti della natura per salvare sé stesso e tutte le creature viventi.

Le etiche tradizionali non sono in grado di funzionare in termini universali e garantire quella “pace perpetua” che Kant auspicava.  È necessaria una etica cosmopolita, che si basi sull’idea di fratellanza, che rinunci all’idea di Stato e si ispiri a una solidarietà cosmopolita. Per promuovere realisticamente un’etica cosmopolita, indispensabile per salvaguardare la vita dell’umanità sulla terra, per Galimberti  è necessario partire dalla cultura ecologista non dai valori, che dividono, ma dagli interessi che accomunano.  

È urgente passare da etica antropocentrica, che ha come suo orizzonte l’uomo, ad un’etica planetaria che ha come orizzonte non l’uomo ma la vita, minacciata in tutte le sue espressioni dalle azioni dell’uomo, dalle etiche tradizionali delle varie culture incapaci di difendere la vita. Tutto ciò richiede una radicale evoluzione culturale da parte dell’uomo che, attraverso decisioni e libere scelte, sia capace di trovare risposte nuove a situazioni nuove.                                                                                      L’uomo oggi deve fare ricorso all’etica del trascendimento che consente a ciascuna tribù, popolo, etnia e Stato di oltrepassare la propria cultura e religione per estendere a tutta l’umanità il sentimento di fratellanza che va esteso dall’ambito umano agli enti natura, a tutte le cose animate e inanimate. È possibile oggi ipotizzare la fine delle etiche fondate sulle nozioni di proprietà, territorio e confine in favore di un’etica del viandante che miri alla sopravvivenza della specie e della Terra minacciata dall’espansione incontrollata della tecnica e del mercato.

L’attualità del libro, L’etica del viandante di Umberto Galimberti, ricco di riferimenti filosofici, sta nel fatto che l’autore, grande e stimato intellettuale del nostro tempo, nell’esaminare con acume e intelligenza, con competenza e capacità argomentativa la nostra epoca, invita i suoi lettori a tener conto dei nuovi scenari culturali e orizzonti filosofici di fronte ai quali oggi si trovano tutti gli esseri umani. Leggendo attentamente il saggio si rimane affascinati e colpiti dalla raffinatezza intellettuale e dalla vastità e profondità della sua conoscenza dei temi trattati.

 

 


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