L’oltrevita è l’altra faccia della vita rispetto a quella rivolta verso di noi. È la faccia non illuminata da noi. Rainer Maria Rilke
«Ad Antonio con l’augurio che trovi in queste pagine almeno una risposta ai tanti interrogativi che ci circondano». Con queste rassicuranti parole d’incoraggiamento, scritte nella dedica, ho iniziato a leggere il libro del teologo valdese Paolo Ricca Dell’aldilà e dall’aldilà. Che cosa accade quando si muore? (Claudiana editore).
L’autore scrive in copertina: «…Non ci sono prove che un aldilà esista, ma non ce ne sono neppure che non esiste. Non ci sono prove che ci sia una vita oltre la morte, ma non ce ne sono che non ci sia. L’aldilà non è certo, d’accordo, ma è possibile e questo è sufficiente per continuare la nostra esplorazione…» e nel testo si pone con estrema serietà degli interrogativi esistenziali: «Ha senso parlare dell’aldilà, sapendo di non saperne nulla? Ha senso parlare di ciò di cui non si sa nulla? Che cosa succede quando si muore?». Il tema affrontato nel saggio, attraverso un ampio excursus storico-teorico, riguarda la questione dell’aldilà e di una possibile vita futura e di ciò che succede dopo la morte a ogni persona, che è l’unico essere vivente che teme di morire e che cerca di sfuggirla riflettendo sulla sua natura e sul significato. L’uomo è consapevole della bellezza e della caducità della vita con le sue difficoltà e sofferenze, preoccupazioni e ansie, amarezze e delusioni e che la morte, mistero ed enigma assoluto, annulla la vita ma non il desiderio di vivere. Oggi il problema dell’aldilà e la meditazione sulla vita futura si sono eclissati, non fanno più parte dell’orizzonte cristiano.
Quando si muore si possono avanzare tre ipotesi: con la prima si può ritenere che con la morte finisce tutto definitivamente, l’esistenza di un individuo finisce per sempre perché come dice la Bibbia «sei polvere e polvere ritornerai» e la morte si configura come l’esito finale della vita che è strettamente legata alla morte perché ciò che nasce è destinato a morire; con la seconda ipotesi si sostiene che con la morte reale si ha un’interruzione della vita, ma provvisoria, in quanto con la morte la persona finisce, ma questa fine non è definitiva, bensì solo per un tempo determinato perché rivivrà; con la terza ipotesi, quando si muore, è il corpo, la parte materiale della persona che finisce e non la parte spirituale (mente, spirito, anima, soffio vitale, coscienza) che sopravvive perché è, per sua natura, immortale, divina, destinata, secondo Platone, a diventare “filosofa” cioè «amante del sapere», del bene, del giusto, del bello e del vero. L’autore, nel soffermarsi sulla dottrina filosofica dell’immortalità dell’anima mettendola in rapporto con la teologia cristiana, analizza le argomentazioni dei maggiori testimoni della fede cristiana, come Giustino Martire, Tertulliano, Agostino e Tommaso d’Aquino, che hanno affrontato il tema del rapporto tra anima e corpo e quello dell’immortalità dell’anima che è immortale in quanto incorruttibile e inalienabile.
Con il concilio Lateranense V (1512-1517), poiché non è possibile dimostrare con argomenti razionali l’immortalità dell’anima, questa dottrina teologica, largamente condivisa, diventò dogma della fede cattolica. Anche per Lutero l’anima è destinata a vita eterna per la grazia ricevuta mediante la fede perché la morte del corpo non implica la simultanea morte dell’anima. La morte è un addormentarsi dell’anima in un sonno profondo in attesa della resurrezione dei corpi e del giudizio finale e nell’aldilà l’anima dorme in uno spazio infinito, ultraterreno. Questa concezione di Lutero è stata duramente contestata da Giovanni Calvino con argomenti di natura biblica, psicologica e teologica. I temi dell’anima e del corpo, della morte, dell’aldilà e della vita eterna sono stati affrontati anche dal maggior teologo del Novecento Karl Barth, che invita ogni persona ad accettare il pensiero della morte senza averne paura e a prendere atto della nostra natura mortale, fragile ed effimera e di conseguenza ad apprezzare di più il valore della vita terrena, sebbene caduca e precaria. La vita eterna, cui tutti gli uomini sono destinati, è il mistero reale di questa vita temporale Per Barth quando si muore non si resta nella morte perché si transita nella vita divina. Al di là della morte c’è Dio. È lui l’aldilà. L’autore espone anche i tratti essenziali della teologia e spiritualità ortodossa sul tema della vita dopo la morte.
Alla domanda «che cosa succede quando si muore?» nessuno può rispondere con certezza, perché nessuno lo sa. Solo Lazzaro e Gesù avrebbero potuto darci una risposta su questo mistero. Ogni persona, che è unica e insostituibile, vive, muore e scompare per sempre (prima ipotesi), oppure una persona muore e dopo risuscita per entrare in una vita completamente diversa (seconda ipotesi) e ancora con la morte non muore l’intera persona, ma solo il suo corpo, mentre l’anima sopravvive alla morte (terza ipotesi). Quest’ultima idea, secondo alcuni teologi, si fonda sulla relazione di fede con Cristo.
Tra le diverse dottrine sul destino dell’anima, l’autore si sofferma anche sull’idea di trasmigrazione e reincarnazione delle anime, sostenuta dalle religioni orientali (hinduismo e buddhismo), e accolta anche da alcuni gruppi dell’ebraismo e del cristianesimo gnostico perché nel cristianesimo biblico non c’è traccia di questa dottrina.
Tra i teologi della chiesa antica Origene credeva nella preesistenza dell’anima rispetto al corpo e nella resurrezione dei corpi (negata dallo gnosticismo) e non sosteneva la reincarnazione dell’anima in diversi corpi che era sostenuta dai catari. Nell’Occidente moderno la dottrina della reincarnazione è stata ripresa e sostenuta dalla Società Teosofica e dalla Società Antroposofica di Rudolf Steiner.
L’autore nel corso della sua analisi espone i principali punti delle diverse versioni dell’antichissima dottrina della trasmigrazione delle anime e della reincarnazione che sosteneva che l’anima, preesistente al corpo, può abitare in tanti corpi diversi e presuppone che c’è vita oltre la morte vissuta come nuovo inizio. Tra questa dottrina e la fede cristiana però c’è incompatibilità perché nella prima il corpo è destinato alla distruzione (per poi abitare in altri corpi diversi), mentre nella seconda il corpo è destinato alla risurrezione, alla gloria, magari dopo un processo di redenzione che avviene nel purgatorio, dove l’anima si purifica correggendosi.
Alla domanda fondamentale «che cosa succede quando si muore?» l’autore tenta di trovare la risposta nel Nuovo Testamento esaminando le differenti descrizioni riportate dagli evangelisti Marco e Giovanni sulla morte di Gesù pur riconoscendone lo stesso valore salvifico. Unità e diversità di risposte si riscontrano anche nel modo di raccontare la risurrezione di Gesù e nel fornire la risposta cristiana alla domanda sull’aldilà e sulla vita futura .futura
Il cristianesimo è l’unica grande religione che si fonda su un annuncio di risurrezione su un Dio «che fa risuscitare i morti», poiché non è la morte che assorbe la vita ma, al contrario, è la vita che assorbe la morte. La risurrezione non è il prolungamento della vita terrena, ma l’inizio di un’altra vita e la risurrezione comporta non già il ritorno alla vita del vecchio corpo, ma la sua trasformazione in un corpo nuovo e diverso. L’autore alla domanda cruciale «che cosa succede quando si muore?» fornisce tre risposte: la prima riguarda la persona del credente che, quando muore, viene accolta e si unisce immediatamente a Cristo risorto e abita con il Signore; la seconda riguarda il fatto che, dopo la fine della nostra esistenza fisica, la nuova vita è fatta di fede, speranza e amore; infine la terza risposta riguarda la morte concepita fuori dal tempo e dallo spazio come “sonno”, un “addormentarsi” in attesa del giudizio finale o universale per il quale saremmo giudicati in base alla fede e alle nostre opere alla luce del comandamento amare Dio e il prossimo. Nelle conclusioni finali il teologo Paolo Ricca ribadisce che di fronte alla problematica affrontata nel saggio, Dell’aldilà e dall’aldilà. Che cosa accada quando si muore, non ci sono certezze, prove, ma si possono soltanto formulare ipotesi ponderate e motivate che non dimostrano nulla circa l’esistenza dell’anima, dell’aldilà, dell’origine del senso della vita, della storia e del mondo. Si possono elaborare affermazioni e non dare dimostrazioni, si può credere con atti di fede e tutto resta un mistero “rivelato” di fronte al quale è lecito esitare e dubitare.
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