Fare o non fare la Costituzione europea: questo è il problema

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Roma (eu24news) – Si avverte una nota di salutare discontinuità, quasi controcorrente, nell’editoriale di Manfred Weber e Letizia Moratti pubblicato nei giorni scorsi su La Stampa. In un panorama europeo spesso ripiegato sulla gestione dell’esistente, gli autori provano a riaprire una questione che molti considerano archiviata: quella di una Costituzione dell’Unione europea. E già questo merita attenzione. Ma merita anche, forse, qualche domanda in più.
Il punto forte del loro ragionamento è il richiamo alle radici. Il 25 aprile come momento fondativo non solo italiano ma europeo, la pluralità delle tradizioni politiche, il ruolo della cultura cristiano-democratica: tutto contribuisce a costruire una narrazione coerente. Tuttavia, proprio qui si apre una prima tensione. Perché se è vero che l’Europa nasce da più storie, allora raccontarne una sola, seppur legittima, rischia di restringere ciò che invece dovrebbe essere ampliato.
La proposta centrale, ovvero una nuova fase costituente, non può essere liquidata come velleitaria. Anzi. È probabilmente l’unico modo serio per uscire da quell’equilibrio instabile in cui l’Unione si trova da anni: abbastanza integrata da condividere problemi, ma non abbastanza da affrontarli davvero insieme. Weber e Moratti colgono il punto quando parlano di distanza tra cittadini e istituzioni. Ma la domanda, qui, diventa inevitabile: una Costituzione basta a colmare questa distanza, o rischia di restare un progetto concepito ex cathedra ?
Il tono dell’editoriale è volutamente fiducioso, quasi pedagogico: serve più Europa, serve una visione. Tutto vero. Ma proprio perché vero, andrebbe accompagnato da una maggiore consapevolezza delle difficoltà politiche. Non basta evocare una fase costituente: bisogna anche spiegare come costruire consenso attorno ad essa, in un continente attraversato da diffidenze, paure e interessi divergenti.
La storia ci offre una lezione quanto mai istruttiva. L’Europa ha già conosciuto tentativi di darsi una forma politica unitaria: dalla stagione delle rivoluzioni ottocentesche fino al progetto, poi naufragato, della Costituzione europea nei primi anni Duemila. Ma soprattutto, nel secondo dopoguerra, figure come Alcide De Gasperi, Robert Schuman e Konrad Adenauer seppero costruire l’Europa non partendo da un disegno perfetto, bensì da compromessi graduali. Non fu un atto costituente solenne a fondare l’Unione, ma una paziente stratificazione politica, alimentata dalla consapevolezza che l’alternativa era il ritorno alle fratture del passato.
Al netto delle possibili critiche, l’editoriale ha un merito che oggi non è scontato: sposta il dibattito. Costringe a uscire dalla logica dell’emergenza permanente e a tornare a ragionare in termini di progetto. In un’epoca in cui la politica europea sembra spesso limitarsi a rincorrere crisi economiche e geopolitiche rimettere al centro una visione di lungo periodo è già un atto politico.
Fare o non fare la Costituzione europea”: il dilemma evocato è reale, ma rischia di essere mal posto. Il vero nodo non è tanto decidere se l’Europa abbia bisogno di una Costituzione quanto capire se esista oggi una volontà politica sufficiente per sostenerla. Senza quella, qualsiasi architettura istituzionale resta priva di efficacia. 
Gli autori, in fondo, lanciano una sfida più che offrire una soluzione. Ed è una sfida che vale la pena raccogliere, anche a costo di criticarla, perché il rischio più grande, oggi, non è immaginare troppo l’Europa di domani.
È smettere del tutto di farlo.


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