Il Frosinone in A con la fredda cronaca di un cronista pontino

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Prima i gesti scaramantici, poi il Frosinone passeggia 5-0 sul Mantova e va per la quarta volta nella sua storia in serie A. Dopo 13 minuti match in ghiacciaia per gli errori del difensore Castellini. Poi, è accademia. L’unico rammarico di una stagione strepitosa per i tifosi ciociari? Non giocare il derby col Latina.

La nostalgia per il ritorno in serie A crea l’ansia da prestazione ai tifosi ciociari, che non credono di essere sul punto di tornare nella massima serie per la quarta volta nella loro storia. Soprattutto dopo una stagione dove certo non godevano del favore dei pronostici per la promozione. Al Caffè dello Stadio il prefetto ha vietato di vendere alcolici superiori ai 5 gradi, così scorrono fiumi di Peroni con la mente che prova a restare lucida. Appena il giornalista Roberto Monforte mi incontra non si trattiene, sa che sono di fede nerazzurra (latinense) come è consapevole della mia obiettività, ma la scaramanzia è solida, così da liquida gli si è cementificata dentro.
Al Frosinone contro il Mantova basta un punto, ma i lombardi se la giocheranno, considerato che dopo la grande paura della retrocessione potrebbero afferrare l’ultimo vagone per disputare i playoff. Sognare aiuta a sognare. È quello che devono aver pensato gli uomini di Modesto, ma quelli di Alvini hanno la spinta di 16mila cuori in uno Stirpe talmente gremito che se getti uno spillo non cade sul pavimento.
Pronti e via ed è rigore per il Frosinone. Eh, proprio così. All’1’30” Gelli scodella trasversale per Monterisi ma la diagonale di Castellini centra la testa del difensore ciociaro. L’arbitro ci mette un po’ a capire che è rigore. Calò va sul dischetto con la freddezza del serpente spiazzando Bardi: 1-0 (5’). Non solo, a Monza era già 0-1 dopo 1 minuto. Il Frosinone sale in Paradiso all’alba del match. Insomma, si crea quello che viene definito orgasmo collettivo. Migliaia di persone strillano insieme in un rito orgiastico quando la palla gonfia la rete. Bardi tiene a galla i virgiliani al 7’ schermando su Kvernadze dopo il palo colpito dal tracciante di Gelli. La partita è maschia, rude, ci sono corpo a corpo furiosi, finché su un altro piazzato Calò pesca in area Castellini (ancora lui!) che spinge col busto in rete per anticipare sempre Monterisi: 2-0. E siamo al 13’. Il Mantova non ha capito nemmeno cosa stesse accadendo, ha subito la forza d’urto ciociara perdendo sul piano dell’intensità e il duello sui singoli. La partita è in ghiacciaia già dopo un quarto d’ora, così partono i cori che non inneggiano alla serie A ma all’anti-pontinità. Ah, che bellezza. Il campanilismo resta ancora una cosa genuina da queste parti, sappiamo quanto ai tifosi canarini manchi il derby col Latina. Come manca a noi.

Torniamo al match. Ci prova Mancuso a scaldare le mani di Palmisani (20’), poi è noia se non per la puntualità difensiva di Bracaglia e per qualche tocco del laterale mancino Benaissa, gioia per gli occhi, e poi al tramonto del primo tempo si annota una sventola velenosa di Marras respinta dall’onnipresente Palmisani. Si va al riposo col Frosinone in testa alla classifica, visto lo 0-0 a Venezia.
Nella ripresa la tattica diventa cartastraccia, si sbadiglia, anche se ci prova Marras a offrire un cioccolatino a Mancuso che manda alle stelle (54’). Marras, classe 2004, 7 reti, veloce e tecnico, preso dal Caldiero Terme retrocesso in D. Boh. Il calcio italiano, eh. Nemmeno il tempo di disperarsi che il Mantova precipita nel baratro: Ghedjemis intercetta una palla sanguinosa a metà campo e infila ancora Bardi (57’) per la quindicesima gioia personale. È solo al 64’ che il popolo ciociaro però intona la “serie A”, liberando ogni freno scaramantico e mandando in soffitta i cori anti-Latina. Così arriva anche la ciliegina sulla torta al 71’: Fini assiste Raimondo, che scherza in area e deposita in rete la sua undicesima perla. E mica è finita: si materializza il cinismo griffato Machiavelli nella persona di Koutsoupias, che scaraventa all’incrocio il 5-0 da posizione defilata (76’). Poi, è solo accademia e attesa per il fischio finale. Alla fine, siamo in provincia, nonostante i ripetuti appelli dello speaker la gente invade il campo, prima timidamente poi in modo sempre più festante come fosse una partita anni ’80. Ed è bellissimo (mannaggia, lo ammettiamo), perché l’anima del calcio resta l’essere festa popolare, coi giocatori stretti in una morsa d’affetto unica.

 

(Gian Luca Campagna, giornalista e scrittore)


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