Si ’apertura della miniera di bentonite di le Forna ha rappresentato, nel 1935, una grande novità per Ponza. L’ingegner Francesco Savelli, che finirà trucidato alle Fosse Ardeatine, aveva sostenuto attraverso diverse pubblicazioni che a Ponza esisteva la possibilità di estrarre bentonite di qualità e in grande quantità. Savelli, grande amico dell’ex ministro fascista Pietro Fedele, di Minturno, vantò spesso il fatto che 150 ponzesi tra minatori e marinai – addetti al trasporto della bentonite – lavoravano alla Samip.
Nel dopoguerra l’azienda – con il suo trattamento – ha rappresentato il più significativo momento dello sfruttamento del proletrariato isolano. Due testimonianze di grande valore ed intensità offrono uno spunto di riflessione. Antonio Di Meglio, detto “Cgil”, ha lavorato in miniera dal 1952 sino alla chiusura. “Facevo praticamente di tutto – ha raccontato – dal minatore al facchino, all’addetto all’attracco della nave; si lavorava duramente anche dodici ore al giorno, con turni la notte. Era un’attività dura, snervante, ma non avevamo alternativa. Eravamo a contatto con la polvere, con sostanze nocive, una vita terribile. Non esistevano organizzazioni sindacali a tutela del nostro lavoro, ero molto rispettato dai miei compagni che ammiravano il mio spirito combattivo, la voglia di far prevalere certi diritti. Ero sempre il primo ad organizzare scioperi quando la paga non arrivava, ci siamo astenuti dal lavoro anche 40 giorni, le spettanze arretrate riguardavano ben sette mesi. Alla fine, quando i padroni se ne sono andati ci hanno trattato male, offrendoci solo la metà della liquidazione. Nessuna riconoscenza per quanto abbiamo fatto e dato. Il nomignolo Cgil deriva dalla voglia di lottare, di combattere in favore della classe operaia. Mi hanno offerto di fare il caporale ma non ho accettato, non volevo saperne di comandare su altri”.
Altro esempio di sfruttamento viene dalle lucide parole di Carmina Feola, in Samip per sette anni, dal 1945 al ’52. L’ascolto è una testimonianza davvero terribile ed eloquente. “Conducevo il carrello lungo le gallerie – ha raccontato – altre volte pulivo le stanze dei dirigenti, eravamo trattati quasi come schiavi. Quando mi recavo al bagno ero controllata da un caporale, dovevo fare in fretta, pena la multa di cento lire. Lavoravo anche la domenica per caricare la nave diretta al porto di Gaeta. La mia vita in miniera è stata brutta, piena di mortificazioni, di sacrifici, non hanno pagato nemmeno i contributi pensionistici. Si respirava aria di corruzione, la sicurezza sul lavoro era inesistente, mancavano i controlli. Ricordo tanti infortuni, operai che si sono fatti male e non sono stati nemmeno soccorsi. La paga era bassa, meno di tremila lire al mese. Una vera elemosina per tanto e duro lavoro, senza fermarsi un attimo. Ci hanno portato via persino le case, abbiamo dormito in chiesa, tolto le cisterne di acqua, ridotti a mangiare l’insalata e le lenticchie di nostra produzione”.
La miniera della Samip, in seguito a decise proteste popolari, fu definitivamente chiusa nel 1976, su decisione del coraggioso e combattivo sindaco socialista Mario Vitiello, appoggiato da gran parte della popolazione. I ponzesi arrivarono a bloccare il porto, a mettere di traverso i pullman per non fare arrivare i mezzi in miniera. Una sollevazione che ha ridato alle Forna dignità e futuro turistico, dopo anni bui, contrassegnati anche da lutti e malattie. Le devastazioni ambientali sono ancora evidenzi, uno dei posti più belli dell’isola è stato devastato senza criterio.
News-24.it è una testata giornalistica indipendente che non riceve alcun finanziamento pubblico. Se ti piace il nostro lavoro e vuoi aiutarci nella nostra missione puoi offrici un caffè facendo una donazione, te ne saremo estremamente grati.




















