ROMA – La storia di Elena, bambina dell’orfanotrofio di Sabaudia: «Sto cercando i miei cinque fratelli perduti». Quando nel 1974 Elena arrivò all’orfanotrofio di Sabaudia, aveva appena due mesi. Era avvolta in una copertina chiara, troppo piccola per capire che quella sarebbe stata la sua nuova casa. Cinquantun anni dopo, quella neonata diventata donna, moglie e madre di quattro figli, sente ancora un filo invisibile che la tira indietro, verso il punto esatto in cui la sua storia è iniziata.

Elena Colella ha avuto un’infanzia serena, colma dell’amore dei genitori adottivi che le raccontavano la verità sotto forma di favola. «Non siamo il tuo papà e la tua mamma naturali — le dicevano — ma il nostro amore per te è immenso». Lei li ha amati allo stesso modo, senza condizioni. Ha vissuto, ha costruito una famiglia, ha riempito la casa di risate e vita. E per anni non ha mai avuto il coraggio di chiedere di più, per non far male a chi l’aveva cresciuta con dedizione.

Poi è arrivato il tempo in cui il cuore ha iniziato a bussare con più forza. Superati i 50 anni, Elena ha sentito il richiamo profondo del sangue: il bisogno quasi fisico di ritrovare quei fratelli biologici che non aveva mai conosciuto. Sei in tutto, lei la più piccola. Tutti abbandonati nello stesso orfanotrofio che oggi non esiste più.

«Ho pensato che fosse arrivato il momento — racconta — e che il mondo dei social potesse aiutarmi a rimettere insieme i pezzi». Così, tramite la community “Figli adottivi cercano genitori biologici”, ha affidato la sua storia al web. Lanciando un appello che aveva il sapore di una richiesta d’amore.

Poi, un giorno, un messaggio. Una donna che dice: “Questa è anche la mia storia”.
Si chiama Roberta, ha 59 anni, vive in un piccolo paese del Biellese. È nata a Formia e dopo la nascita fu portata dalla madre naturale proprio in quell’orfanotrofio di Sabaudia. Anche lei abbandonata. Anche lei parte di un puzzle familiare incompleto. Le due donne parlano, si riconoscono nei dettagli, nei ricordi sbiaditi, nelle emozioni. Si sentono “sorelle di culla”. E da allora si scrivono ogni giorno.

Ma all’appello mancano ancora gli altri fratelli. Cinque volti senza nome. Cinque storie sospese.

Elena prova a cercare nel luogo dove era cresciuta, ma l’istituto non c’è più: al suo posto una caserma dei carabinieri. Rimane però un ricordo nitido, di quando una suora disse davanti a tutti i bambini che ognuno di loro aveva tre madri: «Quella che ti ha messo al mondo, quella che ti ha cresciuto e quella del Signore». Una frase che da bambina le aveva ferito il cuore, ma che oggi assume un senso nuovo: quello di una vita che chiede di essere completata.

Oggi Elena continua la sua ricerca dei fratelli con determinazione. Spera che la sua voce, rimbalzando da un telefono all’altro, possa raggiungere chi sa qualcosa, chi ricorda un nome, un volto, un pezzo di quella storia rimasta per troppo tempo in silenzio.

Il desiderio è semplice e potente: ritrovare i suoi fratelli, riunire le radici, chiudere finalmente il cerchio.


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