LATINA- A Gallignano, provincia di Cremona, la Polizia irrompe in Chiesa durante la celebrazione eucaristica, intimando al sacerdote di interrompere la S. Messa.

Stesse scene sono accadute, purtroppo, in ogni angolo d’Italia. Tecnicamente siamo in presenza di autentiche profanazioni di luoghi simbolo del culto cristiano da parte della forza pubblica. Occorrerebbe ricordare, a questo Stato che sarebbe democratico ma che s’atteggia a despota, il principio di “Libero Stato in libera Chiesa”.

Sotto questo aspetto, sia detto con i dovuti sentimenti di rispetto e devozione verso la Santa Sede e la Conferenza Episcopale Italiana, la scelta di cedere alla norma temporale di uno Stato straniero, pur ospitante, ha creato un precedente assai grave all’interno della Chiesa Universale. In millenni di Storia, infatti, non era mai accaduto che i sacerdoti si trovassero costretti a celebrare privati del popolo e che le persone, specialmente le più sofferenti, fossero orfane dei Sacramenti. Penso ai tanti nostri anziani, e non solo, che son dovuti tornare alla Casa del Padre senza un funerale degno di questo nome, ad aggiungere isolamento ad una morte che, di per sé, contempla la dimensione della solitudine.

I sacerdoti che ritengono, in autonomia coscienza e fede di non interrompere le cerimonie religiose, pur aderendo alle opportune misure di sicurezza quali mascherine e distanziamento, devono essere lasciati liberi di proclamare la Parola senza irruzioni della forza pubblica. Non siamo in Cina o in una qualche dittatura comunista da sud del mondo, nonostante le simpatie di questo Governo per Pechino.

Stiamo attraversando cinquanta giorni attraverso i quali contempleremo la Resurrezione di Cristo. Non una opinione, una poesia, una bella idea: un fatto che ha cambiato le sorti della intera umanità! La liturgia odierna, negli Atti degli Apostoli, ci offre una scena emblematica. Il sommo sacerdote rinchiude i discepoli di Gesù nelle pubbliche prigioni. Tuttavia, un angelo del Signore liberandoli li esorta a predicare nel Tempio. Nel frattempo le guardie si rendono conto di questa misteriosa evasione e la comunicano al sommo sacerdote. Il quale, con le sue guardie, si guarda bene di irrompere con la forza nel Tempio per paura di una reazione violenta del popolo.

Ecco, sovente sembra di assistere ad una afonia del popolo di Cristo Risorto di fronte alle persecuzioni bianche. Condotte, cioè, senza armi da fuoco o mortali, ma attraverso l’intimidazione e le sanzioni.

Mi sento di dirlo con franchezza: io non ci sto! Non ci sto a relegare l’ambito della Fede nella dimensione del superfluo, dell’eventuale. Non ci sto alla soccombenza della Chiesa di Roma alle norme di un potere temporale, qualunque esso sia!

Non ci sto, insomma, alla negazione del principio fondamentale con cui noi viviamo l’essere cristiani: la comunione con i fratelli e con le sorelle, con i sacerdoti, le religiose ed i religiosi.

Come disse Papa Pio VII agli ufficiali francesi che irruppero al Quirinale per condurlo in esilio e che gli intimarono di rinunciare alla guida dello Stato Pontificio: “Non debemus, non possumus, non volumus”.

Non dobbiamo, non possiamo, non vogliamo fare a meno della presenza viva di Cristo Risorto nelle nostre esistenze. Speriamo e preghiamo, dunque, che il Santo Padre e la Cei intercedano presso il Governo per riconsegnare il popolo ai suoi pastori e viceversa.

 


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