S’ode a destra una nota di tromba, a sinistra lo squittìo di un topo da anni accasato nel fu teatro, le orecchie solleticate da qualche avvisaglia circa la riapertura del pachiderma addormentato. Ha davvero dell’epico l’incredibile odissea cittadina di un’istituzione civile ,dunque, pubblica quale è un teatro. Un’istituzione necessaria della e per la città cioè politica in quanto parte integrante di essa, decisamente democratica, una liturgia laica partecipata da un pubblico assemblato secondo il costume dell’antica Grecia (laitourghìa/assemblea). Tralasciando le cause e concause pregresse e presenti oggi si pone di necessità affrontare e dirimere la questione teatrale una questione che ha dell’assurdo e dell’equivoco, un paradosso che supera ogni sorta di “dossi” o accorgimenti ostativi atti a rallentarne la corsa. Non rinunciando al vezzo delle citazioni spesso più eloquenti o istruttive di scritti occasionali quale può essere un articolo teniamo a precisare che nella ben nota “Lettera semiseria di Grisostomo al figlio” di Giovanni Berchet (1816-18) l’autore parla del teatro: “E la illusione teatrale noi sappiamo essere la illusione di tutte le illusioni la magia per eccellenza” esaltandone con l’emozione e il coinvolgimento l’ovvia funzione sociale ed educativa, dunque, popolare (siamo nel Romanticismo) .Nel caso in questione l’illusione è da intendersi al contrario poiché, a lungo andare, il teatro cittadino si è configurato come una “grande illusione”(titolo celebre film!),per certi versi una burla tra il serio (prima fase) e il faceto risoltasi nel grottesco, insomma, in uno scherzo o sberleffo di cattivo gusto, un insulto. Guardando al passato ,infatti, il teatro ha sortito più di qualche effetto soddisfacente, purtroppo, nel corso del tempo contraddetto e contraffatto da una superficialità e ignoranza gestionali imperdonabili. Abbiamo già avuto modo di de-scrivere e denunciare sia pure per sommi capi il tortuoso iter tra una fantomatica Fondazione agli inizi, a seguire una fallimentare “affiliazione” a figure o personaggi romani, insomma, un iter quanto mai accidentato, improvvisato, privo di una mente capace di valorizzare le risorse presenti in loco sia professionali sia intellettuali o comunque addentro al problema nonché alla realtà effettuale. Ci preme sottolineare che laddove non ci fossero le dovute competenze -da non pretendersi né dall’assessore di turno (alla cultural) essendo il teatro uno specifico a sé stante né tampoco da un pincopallo qualunque- correttezza civile e istituzionale vuole che ancorché ripiegare sulla sudditanza o subalternità alla Capitale si rivolga piuttosto lo sguardo a quelle professionalità o “esperienze compatibili” che sicuramente esistono in città soprattutto tra i giovani in primis per ciò che concerne la direzione di per sé distinta tra il direttore artistico (attore o regista) e quello per l’ordinaria amministrazione: in quali termini si ragiona in proposito e ci si organizza?. Nella prima parte della citata lettera l’autore con arguzia finge di “demolire” certe tesi che nella seconda intende argomentare in senso costruttivo a testimoniare una felice risoluzione del problema posto (perciò semiseria). Dal nostro punto di vista e per analogia ci premuriamo di sollecitare il Sindaco unitamente all’Assessore Cultura Prof.ssa Laura Pazienti peraltro sentita recentemente con vivo piacere e apprezzamento di non liquidare sic et simpliciter una questione inerente a un settore oltremodo complesso e delicato nonché politicamente vitale per la città/polis quale è il teatro ma piuttosto “localizzarlo” sottrarlo cioè alla dis-funzione di un “non luogo”. Di individuare altresì e intercettare i possibili addetti ai lavori che in città non mancano tra questi Clemente Pernarella, una risorsa incredibilmente dissipata insieme ad altre del medesimo campo demandandolo a un altrove (Pontinia) dove grazie allo stesso e a un sindaco illuminato (ex alunno di chi scrive!) è stato attivato un teatro di tutto rispetto inteso come pubblico servizio e godibile intrattenimento, insomma, valorizzare e mettere a frutto ogni esperienza per così dire parallela purché funzionale allo scopo. Altra risorsa dissipata Massimiliano Farau nostro insigne cittadino, nonché uomo di teatro colto e raffinato da noi invano caldeggiato illo tempore, purtroppo, sopravanzato nel rimescolamento dei tarocchi! Archiviato il buon tempo antico quando l’attuale pachiderma era un “prodigio” col passare degli anni e fino al tempo presente la cittadinanza ha pagato lo scotto di un paradossale disservizio pubblico e sociale con l’aggravante di grossolane e imperdonabili magagne strutturali che ne hanno determinato il fermo per ovvie ragioni di non accertata sicurezza come pure di incredibili discrasie quali inadeguate misure del palcoscenico a fronte di un atrio (foyer) che neanche la Scala o l’Opera di Roma si ritrovano cioè spropositato: da profani si intuisce che sarebbe bastato arretrare la platea a vantaggio del palcoscenico. Quesito: se fosse stato lasciato inalterato il preesistente “scheletro” ripensando uno spazio tipo il Teatro Studio del Piccolo di Milano (senza palcoscenico)? Uno scotto e uno scacco ancor più vistoso e increscioso afferisce alla sottovalutazione gestionale di cui frequentando da anni gli uffici sia del Piccolo di Milano sia dell’Argentina di Roma, da semplici osservatori, abbiamo avuto modo di percepire che cosa significhi la macchina organizzativa di un teatro prescindendo dal palcoscenico e dal cartellone stagionale, dunque, la valenza di un Ufficio Promozione per il quale nel nostro caso non mancano davvero le stanze (piano superiore). Da quanto esposto si evince che la gestione non si improvvisa richiedendo essa le dovute competenze, consulenze e pertinenze con i prescritti settori e “vettori” perciò non può essere né pilotata dall’esterno né affidata ad una improvvida improvvisazione. Si tratta infatti di istituire un consiglio di amministrazione, ripensare seriamente una eventuale Fondazione visto che detta gestione richiede soprattutto risorse economiche non indifferenti a garantire tra l’altro una manutenzione costante e permanente compresa la verifica annuale delle misure di sicurezza annesse e connessi. Nota a margine: quando finalmente si tornerà a riveder le stelle perché non ripensarne la denominazione con l’annesso “Cafaro”? Trattandosi peraltro di un nuovo capitolo anche come buon auspicio avrebbe un senso rinominare l’uno Teatro Nuovo l’altro Il Piccolo (così a Milano per distinguerlo dal teatro Carcano più capiente) riguardo al quale continuiamo a chiederci il contro-senso: Cafaro chi era costui ?! Sappiamo proprio per questo insistiamo sulla revisione della intitolazione di entrambi non fosse altro per congruenza onomastica atteso che “D’Annunzio” fu proposto-imposto con la risibile motivazione essere il poeta “uno dei nostri” (sic l’allora sindaco Finestra!), voto contrario dello scrivente allora consigliere comunale fulminato da afasia esplicativa! Solo per citare: il teatro di Firenze si denomina Teatro Comunale, ovviamente, il Comune ne sovrintende il funzionamento per il tramite di soggetti addetti ai lavori così pure a Bolzano e altrove. Egregio Sindaco non vorrei che la “festa” ancora non cominciata stia già per finire (W Sergio Endrigo!), auspicando che “la Speranza ultima dea” sia buona compagna del rinascituro teatro voglia gradire i sensi della mia stima accompagnati da un paludato gesto vale a dire…. Gradisca! [ sic in “Amarcord” di Fellini una donna pubblica, lo scrivente umilissimo uomo pubblico!] ( G Maul )
























