LATINA – Dopo aver esplorato la trasformazione attraverso neuroscienze e identità, questa settimana cambiamo scenario. Entriamo in un dojo. In silenzio.
Il libro che analizziamo oggi è Lo Zen, l’Arco, la Freccia di John Stevens. Un testo che non promette risultati rapidi, non offre tecniche di performance, non parla di successo nel senso comune del termine. Parla di gesto. Di presenza. Di disciplina.
Se nei libri precedenti abbiamo lavorato sulla mente, qui lavoriamo sul corpo. Se prima il cambiamento passava dal pensiero, ora passa dalla postura.
John Stevens ci conduce in un territorio meno rumoroso ma più esigente: quello della pratica ripetuta, del gesto curato, dell’azione che diventa specchio del carattere.
Iniziare questo percorso non è casuale. È un passaggio naturale.
Perché dopo aver parlato di leadership e identità, arriva una domanda più sottile: che qualità ha il tuo gesto quotidiano?
Chi è l’autore e come nasce il libro
John Stevens è uno studioso americano di buddhismo e arti marziali giapponesi, noto soprattutto per i suoi lavori su Morihei Ueshiba, fondatore dell’Aikido, e sulle tradizioni spirituali legate alle discipline del corpo. Per anni ha vissuto e studiato in Giappone, approfondendo il legame tra pratica marziale e ricerca interiore.
Lo Zen, l’Arco, la Freccia nasce anche come chiarimento storico e culturale attorno alla figura di Awa Kenzo, maestro di kyudo reso celebre in Occidente dal libro di Eugen Herrigel Lo Zen e il tiro con l’arco. Stevens interviene in un dibattito già esistente, cercando di distinguere mito, interpretazione occidentale e pratica effettiva della disciplina. Il libro non è una replica polemica, ma un tentativo di restituire al tiro con l’arco giapponese il suo contesto reale: una Via di trasformazione, non una metafora romantica.
Il cuore del libro.
Ci sono libri che parlano di disciplina. E libri che ti mettono in una disciplina. “Lo Zen, l’Arco, la Freccia” appartiene alla seconda categoria. John Stevens non scrive un manuale tecnico di tiro con l’arco e non costruisce un racconto romantico sullo Zen. Scrive un testo che prova a chiarire perché una pratica concreta, fisica, ripetitiva — come tirare una freccia — possa diventare un laboratorio di trasformazione interiore.
Al centro non c’è lo sport. C’è la Via. La Via come lavoro sul carattere, sul respiro, sulla stabilità, sul controllo dell’ego e sulla capacità di rimanere presenti quando la tensione cresce.
Il libro nasce anche come risposta implicita al successo di “Lo Zen e il tiro con l’arco” di Eugen Herrigel. Stevens vuole chiarire la figura di Awa Kenzo, il maestro giapponese, distinguendo mito e realtà e mostrando che il Kyudo non è esotismo, ma disciplina strutturata. Il cuore del testo è questo: il bersaglio non è il centro del dojo. È il centro di te stesso.
I passaggi chiave.
Awa Kenzo: tecnica e rottura
Awa Kenzo non viene presentato come figura mistica, ma come maestro esigente e controverso. È stato arciere di fama, “cento tiri, cento centri”, ma proprio nel momento di massimo successo tecnico compie una svolta. La tecnica non basta. Inizia a parlare di “Non arco”, “Non freccia”, “Non corda”. Non è negazione della tecnica. È superamento dell’ossessione per il risultato. Qui emerge il primo principio: quando il risultato diventa ossessione, la pratica si corrompe.
Il Kyudo come Zen in movimento
“Zen in movimento” significa che ogni gesto è rituale. Non esiste movimento casuale. Il Kyudo non è competizione. È trasformazione graduale. La ripetizione costante modifica postura, respiro, presenza. All’inizio sembra non accadere nulla. Poi qualcosa cambia: stai in piedi diversamente, reagisci diversamente. La trasformazione è lenta e silenziosa.
Il bersaglio come trappola
Uno degli episodi più significativi riguarda un allievo che colpisce perfettamente il centro. Kenzo invece di lodarlo lo rimprovera. Perché? Perché il tiro rivelava ego, non presenza. Il libro introduce una distinzione cruciale: colpire il bersaglio non significa aver compreso la Via. “Devi colpire il centro di te stesso.” La pratica non è misurata dal centro colpito, ma dalla qualità del gesto.
Tanden e stabilità
Il testo insiste molto sul concetto di tanden: il centro psicofisico sotto l’ombelico. Respirare nel tanden significa radicare la presenza nel corpo. Quando l’arco è teso al massimo, non puoi reggere con la sola mente. Devi essere stabile nel centro. Qui il libro diventa fisico, non filosofico. La disciplina non è idea. È postura.
“Tirare senza tirare”
Il paradosso zen centrale è “tirare senza tirare”. Quando l’azione diventa naturale, non forzata, la freccia parte senza sforzo mentale. Non è perdita di controllo. È assenza di tensione egoica. Più cerchi di controllare il risultato, più lo rovini. Più sei radicato nel gesto, più il risultato emerge.
Il gesto come radiografia
Ogni tiro è una radiografia del carattere. Fretta, ansia, bisogno di approvazione, paura di sbagliare: tutto emerge nel gesto. Non puoi mentire al tiro. Il Kyudo diventa allora uno specchio: non ti mostra se sei bravo, ma come sei fatto.
Applicazione concreta.
Per applicare questo libro oggi, senza dover entrare in un dojo, prova questo:
- Scegli un’attività quotidiana ricorrente (scrivere, allenarti, parlare con qualcuno, lavorare).
- Prima di iniziare, fermati per due respiri profondi.
- Cura postura e presenza.
- Fai l’azione senza focalizzarti immediatamente sul risultato.
- Alla fine, resta presente per dieci secondi (zanshin), senza scappare mentalmente altrove.
Trasforma un gesto ordinario in pratica. Non cambiare l’attività. Cambia la qualità della presenza.
Il principio generale che il libro consegna.
Oltre l’arco, la freccia e il dojo, il principio generale è questo: la qualità del gesto rivela la qualità dell’essere. Non è il risultato a trasformarti. È la qualità della presenza con cui agisci. Quando l’azione e il sé si allineano, nasce la Via.
In sintesi.
“Lo Zen, l’Arco, la Freccia” non è un libro per chi cerca tecniche rapide o frasi motivazionali. È un testo per chi ha intuito che la disciplina può essere strumento di trasformazione.
È efficace se lo leggi come pratica, non come citazione. Fila se accetti che il risultato non è il centro. Funziona se ti metti in gioco nel gesto.
La lettura onesta richiede una precisazione: il linguaggio può apparire tradizionale e a tratti severo. Non è accomodante. Non semplifica. Ma proprio per questo mantiene integrità.
Il punto sano è questo: puoi trasformare qualunque attività in una Via. Il punto sbagliato sarebbe romanticizzare la disciplina senza praticarla. Non devi diventare arciere. Devi imparare a non tradirti nel gesto. Ed è questa, nel quotidiano, la forma più concreta di presenza.
Naturalmente questa sintesi non può sostituire l’esperienza diretta della lettura. Nessun articolo, per quanto accurato, potrà restituire fino in fondo la profondità, le sfumature e l’impatto personale che un testo offre quando viene letto integralmente.
Se le parole di questa rubrica hanno acceso una curiosità o una risonanza interiore, il passo successivo è uno solo: acquistare il libro e leggerlo per intero.
La crescita personale non si osserva da lontano. Si attraversa.
ATTENZIONE: La lettura di questo articolo va sempre considerata unitamente al disclaimer medico, psicologico e psichiatrico della testata: i contenuti hanno finalità divulgative e non sostituiscono in alcun modo il parere di professionisti qualificati. Per maggiori informazioni leggere qui: DISCLAIMER
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