ROMA- Nel ’68 la Vanoni cantava: “Ragazzo/quando ti afferra la malinconia/e una tromba suona/piangi/ quando ti senti solo come un cane/prendi una tromba e suona/metti nelle note il tuo dolore/che non ti fa più dormire….”(Quando sei triste prendi una tromba e suona, autori Nisa-C.Lojacono). Le canzoni,in genere,non sono mai stupide racchiudendo così come il teatro tanta verità,la vita. Mi tornava in mente l’altra sera, al Parco della Musica (Sala Sinopoli) ascoltando-vedendo Paolo Fresu con la sua tromba (e filicorno) e Alessandro Averone,protagonisti dello spettacolo-concerto “Tempo di Chet.La versione di Chet Baker”, un  omaggio al geniale trombettista fortemente voluto dallo stesso Fresu, prodotto dallo stabile di Bolzano con la regia di Leo Muscato. Chet Baker è stato rivissuto da Fresu e il suo doppio(Averone) con dolorosa, straziante medesimezza umana, con sfumature di sensazioni e stati d’animo intensi e sofferti. Complici due strumenti complementari e con-fusi -la tromba e la voce- esaltati da una gestualità prepotente e al tempo stesso arrendevole (Averone),irruenta e dolcissima (Fresu). Ci sono stati momenti in cui i due apparivano un’unità endiadica (due in uno) nel ripercorrere l’ascesa,la caduta,la passione e morte di un genio maledetto ora trattenendosi ai bordi di  una sottile mestizia ora addentrandosi nei sentieri più accidentati e convulsi della disperazione. Rivivendo il dramma dell’artista che si nega a se stesso vuoi per eccesso-l’ubriacatura del successo- vuoi per difetto –si autopunisce e distrugge (la droga). Chiedendo pietà per il destino di uno dei più grandi jazzisti e musicisti del ‘900 dapprima osannato e glorificato,poi,con-dannato,umiliato e martirizzato. Quasi ad ammonire che “L’importante non è quel che si fa di noi,ma quel che facciamo noi stessi di ciò che hanno fatto di noi” (J.P. Sartre, Santo Jenet commediante e martire). Fresu assolutamente magico, Averone autorevolmente assoluto cioè sciolto dal contesto spiccando nella sua affascinante “ipocrisia” (ypokrités in greco significa attore) di giovane bruciato (sì, proprio alla J.Dean!)  hanno dialogato sulla stessa lunghezza d’onda concordando,si direbbe in genere,numero e caso (l’uno ablativo,l’altro nominativo!) nel raccontare la storia di un’anima ferita a morte. Del mucchio di rottami che Chet Baker ha fatto esattamente di sé cioè quello che di lui hanno fatto-voluto fare gli altri (media,pubblico,amici). A ciò hanno onorevolmente contribuito tutti i comprimari dagli ottimi Dino Rubino (pianista) e Marco Bardoscia (contrabbasso) ai sicuramente efficaci attori  (G.Piazza, L.Pozone, P.Li Volsi e compagni). Assai suggestivo l’impianto scenico (Andrea Belli), uno spaccato essenziale e significante di una vecchia America(insegne luminose, un bancone da bar, accenno di una casa periferica, il padre ubriacone,la moglie petulante etc.); atmosfere alla A.Miller, E.Kazan (Fronte del porto, Un tram che si chiama desiderio e simili) tra un malinconico disamore e una struggente nostalgia,sottolineate da un “Summertime” inaspettato, da sobbalzare sulla poltrona(!). Non sempre le voci recitanti si accordavano alla musica senza soluzione di continuità creandosi delle inevitabili sovrapposizioni o dissonanze più che opportune consonanze o con-fusioni (l’intenso monologo  di Averone-Chet, una bella prova di attore “tragico”). Comunque apprezzabile l’intento di proporre un “teatro musicale” se non proprio alla lettera (Mozart-Da Ponte, Carmelo Bene strumento vocale tra/con l’orchestra sinfonica vedi Manfred, Hiperion), senz’altro di bell’impatto in virtù della magia creata da un trombettista superlativo,unico nel suo genere quale è Fresu. Degno erede di trombettisti di tanta fama quali Eddie Calvert (detto “la tromba d’oro”),Louis Armstrong che, Chet Baker in testa, hanno contribuito a considerare il jazz “musica classica”. Magari l’allievo non avrà superato il Maestro ma l’impronta è decisamente notevole! “Ci si chiede dunque come la complessità dell’uomo e il suo apparente disordine abbiano potuto esprimersi in musica attraverso un rigore formale così logico e preciso”(P.Fresu).

(gimaul)


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