Una serie di depistaggi ha caratterizzato le indagini sull’omicidio di Serena Mollicone. A confermarlo oggi, 17 dicembre, davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Roma è stato il maresciallo Gaetano Evangelista, che nel 2004 aveva preso il comando della stazione dell’Arma di Arce, in provincia di Frosinone, la stessa dove secondo gli inquirenti tre anni prima sarebbe stata aggredita e uccisa la diciottenne. Una testimonianza resa dopo che in aula l’ex comandante Franco Mottola, imputato per il delitto insieme al figlio Marco e alla moglie Anna Maria, è tornato ad assicurare di essere innocente. Un processo che dovrebbe far luce sul cold case a distanza di oltre 24 anni dalla tragica morte della ragazza.
“Nel 2007 – ha sostenuto il maresciallo Evangelista – io consegnai l’informativa a Caprio, quando lui me la restituì mi consigliò di rimodularla, dovevo togliere le parti salienti che riguardavano i carabinieri. Io ho preso l’ordine, l’ho fatta rileggere al mio collaboratore, l’ho firmata di nuovo e l’ho riconsegnata al nucleo investigativo. Ho ritenuto di non fare nessuna modifica”.
“Visto che era un reato di omicidio io la trasmisi al nucleo investigativo che avrebbe dovuto fare dei riscontri tecnici”, ha aggiunto. Rispondendo alla domanda sul perché sinora non abbia mai rivelato quel dettaglio, il sottufficiale ha poi risposto affermando che “non gli era stato mai chiesto”.
“Nell’informativa – ha concluso – parlavo dell’attività di depistaggio e delle anomalie che avevo rilevato, facendo accertamenti sugli ordini di servizio, sui tabulati telefonici e sentendo persone”.
All’inizio dell’udienza l’ex maresciallo Mottola ha invece assicurato: “Sono e siamo innocenti di quanto siamo accusati da moltissimi anni. Non abbiamo nulla a che vedere con la morte di Serena Mollicone: non l’abbiamo uccisa, non l’abbiamo picchiata, non l’abbiamo immobilizzata e confezionata col nastro adesivo e col fil di ferro, non l’abbiamo trasportata a Fontecupa”.
L’imputato ha aggiunto che il brigadiere Tuzi “si è suicidato perché aveva capito di avere perso il senso dell’onore, perché aveva perso la stima in sé stesso, per la delusione del rifiuto della sua ex amante Annarita Torriero a tornare assieme, per il pentimento e per la vergogna di avere messo in mezzo mio figlio innocente e per i suoi segreti personali sul proprio comportamento non collegato a noi, ma alle sue azioni extrafamiliari e ad altri eventi a me sconosciuti”.
Ha negato di aver compiuto dei depistaggi e dichiarato di aver “prelevato Guglielmo Mollicone (il padre di Serena, morto senza riuscire ad avere giustizia per la figlia ndr) per portarlo in caserma a firmare alcuni verbali su ordine preciso del capitano Trombetti e, anche se mi è dispiaciuto, ho dovuto farlo perché era un ordine”.
“Solo i soggetti disinformati o i soggetti provocatori – ha aggiunto – possono pensare che un maresciallo dei Carabinieri possa discutere l’ordine di un capitano dei Carabinieri. Non so e non sappiamo nulla di chi, quando, come e perché abbia messo l’hashish nel cassetto di Serena, nemmeno la storia del telefonino”.
“A causa della propaganda accusatoria l’opinione pubblica è colpevolista – ha sottolineato – ma ci penseranno i miei consulenti a dimostrare che la porta non è l’arma lesiva e che Serena non è stata sbattuta contro quella porta”, affermando che la porta l’aveva rotta lui “con un pugno dato di piatto, col dorso della mano” dopo essersi arrabbiato con il figlio Marco che gli aveva comunicato di non voler continuare ad andare a scuola.
Ancora: “Poi quando mi calmai, per non litigare con mia moglie, presi la porta, la sollevai dai cardini e la portai al piano inferiore, per sostituirla e cambiarla con quella del bagno, dove poi venne trovata. Un giorno parlando con Suprano gli dissi che l’aveva rotta mio figlio, non vedo perché dovevo dire a un sottoposto che il suo comandante aveva perso il controllo a causa del figlio. Siamo addolorati e feriti per la campagna di colpevolezza che da quasi venti anni si è scatenata contro di noi, un veleno che si è sparso nella mente e nel convincimento dell’opinione pubblica, però, di contra, abbiamo la speranza e la certezza dell’obiettività e della serenità di chi ci giudica per la terza volta. Chiediamo di essere giudicati e assolti e che siano spiegati e risolti tutti i perché dell’assoluzione, affinché ci sia tolto tutto questo fango che finora ci è stato scagliato addosso e che siano effettuate indagini serie per individuare il vero assassino della povera Serena Mollicone. Alla famiglia e ai parenti della povera ragazza esprimiamo la nostra solidarietà per il dolore, anche perché siamo genitori e ben capiamo le loro sofferenze. Della sua morte non sappiamo nulla”.
Serena Mollicone sparì da Arce il 1 giugno 2001 e venne trovata dopo due giorni in un boschetto ad Anitrella, una frazione del vicino Monte San Giovanni Campano, senza vita, con le mani e i piedi legati e la testa stretta in un sacchetto di plastica. Due anni dopo, accusato di omicidio e occultamento di cadavere, venne arrestato Carmine Belli, un carrozziere di Rocca d’Arce, poi assolto dopo aver trascorso da innocente quasi un anno e mezzo in carcere e ora tra quelli che chiedono giustizia.
Le indagini hanno ripreso vigore nel 2008 quando, prima di essere interrogato di nuovo dai magistrati, il brigadiere Santino Tuzi si tolse la vita, secondo gli inquirenti perché terrorizzato dal dover parlare e confermare quanto aveva riferito su quel che era realmente accaduto nella stazione dell’Arma di Arce sette anni prima, ovvero di aver visto entrare nella caserma Serena il giorno dell’omicidio e di non averla mai vista uscire.
Alla luce dei nuovi accertamenti compiuti dai carabinieri di Frosinone, dai loro colleghi del Ris e dai consulenti medico-legali, la procura di Cassino si è convinta che la diciottenne il giorno della sua scomparsa si sia recata presso la caserma dei carabinieri, che abbia avuto una discussione con Marco Mottola, il figlio dell’allora comandante della locale stazione dell’Arma, e che lì, in un alloggio in disuso di cui avevano disponibilità i Mottola, la giovane sia stata aggredita.
La studentessa avrebbe battuto con violenza la testa contro una porta e, credendola morta, i Mottola l’avrebbero portata nel boschetto. Vedendo in quel momento che respirava ancora, l’avrebbero soffocata e sarebbero iniziati i depistaggi.
Franco Mottola, la moglie Anna Maria e il figlio Marco sono però stati assolti dalla Corte d’Assise del Tribunale di Cassino e la sentenza è stata confermata dalla Corte d’Assise d’Appello di Roma. Un’assoluzione annullata dalla Cassazione, portando ora i tre imputati per la seconda volta davanti ai giudici di secondo grado, in un processo nel quale si stanno raccogliendo altre testimonianze.
( Fonte La Repubblica)
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