Pasolini e i giovani

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L’angolo della curiosità: Pier Paolo Pasolini (33)                               Per il cinquantenario della morte del poeta di Casarsa  

Pasolini aveva un’idea ben precisa dei giovani: non li vedeva come “futuro della patria” né come “problema da educare”. Per lui i giovani erano la sola speranza autentica in un mondo sempre più conformista e anestetizzato. Li amava quando erano sporchi, arrabbiati,  pieni  di vita e di domande. E li temeva quando cominciavano a somigliare                                            agli adulti: consumisti, zitti e addomesticati.

          Pier Paolo Pasolini nella sua vita ha avuto sempre una particolate attenzione nei riguardi dei giovani. In un articolo pubblicato sul Corriere della Sera nel febbraio del 1973,  rivolgendosi in maniera diretta ai ragazzi del post 68, scriveva: «è giunto il momento di dire ai giovani  che il loro modo di acconciarsi è orribile, perché servile e volgare. Anzi, è giunto il momento che essi stessi se ne accorgano, e si liberano da questa loro ansia colpevole di attenersi all’ordine degradante dell’orda».    

          Pasolini, come scrittore urticante, attento ai problemi culturali e sociali del suo tempo, era solito intervenire sulle questioni politiche e sociali riguardanti i giovani della borghesia e del proletariato. Egli, con le sue analisi provocanti, si batté contro l’omologazione culturale, polemizzò contro i giovani della Roma bene, che a Valle Giulia si scontrarono con i “celerini proletari”.

          Ha scritto il critico letterario e saggista Alfonso Berardinelli che «L’odio, il disprezzo, l’ostilità di cui Pier Paolo Pasolini (narratore, saggista, polemista, regista cinematografico, intellettuale eretico e scomodo) fu oggetto, non riguardavano il suo essere poeta, quanto piuttosto l’essere stato un geniale e radicale critico della società».

          Nel romanzo Ragazzi di vita, elaborato tra il 1950 e il 1955, pubblicato da Garzanti, la trama si svolge nella Roma occupata dai nazisti, particolarmente nel mondo degradato delle borgate e del sottoproletariato , «dove i giovani sanno a stento chi è la Madonna». Il romanzo fu inviato in una stesura dattiloscritta andata perduta e accompagnato da una lettera, che spiegava il lavoro di revisione compiuto per eliminare le “brutte parole” (i “cazzi”, la “mignotta” i  “vaffanculo”, i “ghiaviconi; la “nerchia”, la sorca” eccetera), le bestemmie e per attenuare gli episodi più spinti. I tagli voluti da parte dell’editore, che aveva paura che l’opera fosse ritenuta scandalosa e addirittura processata per oltraggio alla morale, furono una “vera disperazione” da parte dell’autore. Una copia carbone del dattiloscritto è oggi  conservata presso la Biblioteca nazionale centrale di Roma.

          Il romanzo Ragazzi di vita fu processato per il suo carattere osceno e scandaloso, anzi “pornografico” e in tribunale sia Carlo Bo che Giuseppe Ungaretti sostennero come testimoni che il libro aveva un grande valore religioso perché spingeva alla pietà verso i poveri e i diseredati. Da parte del critico laico Carlo Salinari il libro «era di gusto morboso dello sporco, dell’abbietto, dello scomposto e del torbido».

          Pino Pelosi, detto “la rana” era conosciuto dalle forze dell’ordine come «ragazzo di strada» che viveva di piccoli espedienti, di qualche furto e, soprattutto, di prostituzione maschile.  La notte del 2 novembre del 1975 fu fermata dai carabinieri lungomare di Ostia perché stava guidando contromano a gran velocità l’Alfa Romeo Giulia Gt grigio metallizzata. Il diciassettenne, dopo alcune ore, fu portato nel carcere minorile «Casal del Marmo» e al compagno di cella confessò di aver ammazzato Pasolini nella radura di un campetto sterrato all’Idroscalo di Ostia.

          Il giovane Pelosi durante una intervista televisiva (Ombre sul giallo, Raitre) sostenne che non era stato lui ad aggredire e ad assassinare Pasolini, ma tre persone (che lui non conosceva) e che parlavano con accento siciliano. Queste  persone malmenarono il poeta, lo colpirono con bastoni e catene fino ad ucciderlo.   

          Il giudice Carlo Alfredo Moro, (fratello dell’onorevole Aldo Moro) scrisse: «il collegio ritiene che dagli atti emerge in modo imponente la prova che quella notte all’Idroscalo Pelosi non era solo».

          Durante il triste giorno dei funerali di Pier Paolo Pasolini, lo scrittore Alberto Moravia  recitò la celebre orazione affermando le seguenti parole: «Abbiamo perduto anche un romanziere, il romanziere delle borgate, il romanziere dei ragazzi di vita, della vita violenta…».

   

 


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