La madre, ora in carcere a Teramo, domenica mattina aveva fatto una videochiamata con le figlie, nascoste in una cameretta di un piccolo appartamento di una lontana parente. Poi, chiuso il contatto, Valentina D’Acunto ha fatto sapere attraverso il suo avvocato che era certa che “A. e S. fossero morte”. Una bugia estrema, e per lei fatale.
Il procuratore di Sulmona Luciano D’Angelo sottolinea questo passaggio mentre ricostruisce, oggi all’ora di pranzo, la liberazione delle due sorelle scappate dalla struttura di Civitella Alfedena, in provincia dell’Aquila, e spiega come quella videochiamata, intercettata intorno alle 11,30, appunto domenica scorsa, abbia dato la ragionevole certezza che le due adolescenti fossero trattenute al quarto piano di quel palazzo Ater in località Rio Fresco-Scacciagalline, a sud di Formia. “A quel punto abbiamo deciso di intervenire radunando uomini e mezzi da diverse province”.
Sono stati settanta, di cui nove carabinieri del Gruppo speciale, a puntare il Basso Lazio, dove, “dopo decine di case controllate in due settimane, anche a Milano”, gli investigatori si erano convinti della bontà dell’obiettivo. Diversi appostamenti ai palazzi popolari confermavano i sospetti e l’edificio è stata circondato in tarda serata. “Molti residenti hanno visto il dispiegamento di forze e sono corsi in caserma a chiedere spiegazioni”, ma solo dopo due ore trascorse sulle scale del palazzo, la porta individuata si è aperta. E dall’altra parte si è mostrata un’anziana signora di 80 anni, Maria Sofia Di Russo, “una zia acquista della madre, Valentina D’Acunto”. I carabinieri sono entrati e hanno avuto subito conferma dalla stessa signora: “Sono di là”. A. e S. erano in una piccola stanza, chiuse a chiave e con le serrande chiuse. Guardavano la televisione.
Racconta il procuratore, ora in un’aula di giustizia della Procura di Sulmona: “Erano in buone condizioni, pulite, nutrite, certo, spaventate”. Non dai carabinieri, “in generale dagli adulti che nella breve vita di due adolescenti, fin qui, non si sono mai occupate di loro”. Le sorelle sono rimaste un’ora in quella stanza, non è stato facile convincerle a uscire, in particolare la più piccola, S., 12 anni, che, rispetto alle ultime fotografie conosciute, non portava più gli occhiali. D’Angelo non smentisce che le figlie abbiano detto “vogliamo restare con la mamma”, ma, aggiunge, questo è il prodotto di una lunga catena di comportamenti della genitrice. Probabilmente si riferisce a ciò che una sentenza del Tribunale di Cassino ha espresso il 28 maggio, definendo la donna “una manipolatrice”.
Il pm: “Storia di un amore malato”
Il magistrato definisce questa “non una storia di criminalità, ma di un amore genitoriale malato, malato da parte di entrambi, madre e padre, incapaci di fare qualcosa per i loro figli in modo disinteressato”. Tuttavia, e i carabinieri lo confermeranno, l’organizzazione del piano di fuga e poi di nascondimento è stato di alto livello, “non certo di una famiglia sprovveduta”. E la rete di complicità dell’ampio blocco familiare sparso tra Minturno, Formia e Gaeta è presumibilmente più ampia della madre, del suo compagno Vincenzo Esposito e del padre di lei, Marco D’Acunto, tutti in carcere con l’accusa di sequestro di persona, con l’aggravante della minore età dei sequestrati e della vulnerabilità dei soggetti (comma tre che prevede pene fino a 13 anni).
Nella ricostruzione di questi ultimi 15 giorni, che affondano le loro radici nel rapporto totalmente antagonistico tra papà Stefano Di Giacinto e mamma Valentina D’Acunto, separati da otto anni, divorziati da sei, viene ribadito che alle due del mattino del 7 giugno scorso le due piccole, 16 e 12 anni, si sono calate dalla finestra della camera della struttura protetta, appena rialzata rispetto alla strada, scavalcando un cancelletto e saltando a piano terra. Nella giornata erano uscite due volte, presumibilmente si erano accordate con il compagno della madre, Vincenzo, e con nonno Marco. E quella notte si avviano verso la piazza centrale del paese, non riprese dalle telecamere presenti, e si sono allontanate “volontariamente” con i due parenti. In auto. Un viaggio di tre ore le ha portate dalla provincia dell’Aquila al Basso Lazio, ai confini con la Campania, dove sono state ricevute dall’anziana Maria Sofia e portate in una cameretta, “da dove non potevano muoversi se non per mangiare”.
I cani molecolari hanno indicato agli investigatori il breve tratto di fuga a piedi – dalla struttura ospitante fino alla piazza del paese -, mentre successivamente gli stessi cani, e le immersioni dei sub, non porteranno altre tracce tra Civitella e il Lago di Barrea.
Dieci sim e l’acquisto dei prodotti per celiaci
C’è stata un’organizzazione per gestire la latitanza delle minori: dieci Sim acquistate a Napoli da un pachistano, “o perlomeno da un soggetto con cognome pachistano”. Quattro sono state date alla madre, alle figlie (avevano un cellulare a disposizone), ad altri parenti interessati. Sono state attivate due giorni dopo la fuga “e le abbiamo presto intercettate”. In tutto, sono stati sessantadue i telefoni messi sotto controllo. “Abbiamo realizzato un grande lavoro di investigazione sugli immobili di proprietà dell’impresa familiare”, così definita dal procuratore, e si continua a indagare “sul complesso albero genealogico” per dimostrare altre complicità “di un disegno amoroso malato”.
È stato anche intercettato un acquisto “con carta di credito” di scorte di alimenti per celiaci, la più piccola lo è. In qualche modo la madre “ha imposto” alla lontana parente, “che non vedeva da 13 anni”, la presenza delle figlie: “Prima l’ha avvisata che sarebbero arrivate e poi le ha consegnato il pacco”. La donna ai carabinieri ha detto che era consapevole di essere complice, ed è stata infatti indagata, “ma non me la sono sentita di tradire la famiglia”.
Il responsabile delle indagini dice: “Il fidanzato Youssef, innamorato della più grande, non è stato di alcun aiuto, così come non abbiamo ricevuto l’aiuto di nessuno tra i parenti e gli amici della famiglia D’Acunto né dal padre, ormai lontano dalla famiglia della ex moglie”.
Ancora il procuratore: “Siamo partiti dalla causa di divorzio per capire questa storia, che ha portato entrambi i coniugi a perdere la responsabilità genitoriale, poi restituita solo padre”. Gli investigatori hanno compreso che una madre così presente, se davvero coinvolta, si sarebbe appalesata presto con le figlie, “cosa che ha fatto con la videochiamata”. Le ipotesi sulla scomparsa erano due: o una pista di professionisti, affrontata con cautela, o la famiglia della madre. “Dopo la liberazione abbiamo parlato con le bambine solo per tranquillizzarle”, dice D’Angelo, “io mi sono inventato nipoti che non ho. Ora, vi prego, festeggiamo la loro libertà e poi dimenticatevene”. Le due adolescenti adesso sono in una struttura provvisoria individuata dal sindaco di Formia, presto saranno sottoposte a test per il controllo del loro stato emotivo.
( Fonte La Repubblica )
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