Vito Manfrè, il fotografo che racconta di Livorno e della sua gente. Scatti di un’ordinaria straordinarietà

Foto gallery di un artista locale che si racconta e ci racconta

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Vito Manfrè - Foto Andrea Dani

Vito Manfrè è uno di quelli che comunemente definiremmo un omone, alto e robusto, con un ciuffo che casca sulla fronte quasi come farebbe su quella di un ragazzo, eppure il volto non è esattamente quello di un ragazzo. Però ha tanto da raccontare, espressivo e profondo mette in risalto la fatica di vivere che viviamo tutti, ma soprattutto la grande voglia di vivere e di stare con gli altri, quella che invece dovremmo avere tutti, ma che ci siamo dimenticati in qualche cassetto quando eravamo bambini e che non abbiamo più ritrovato. Vito è di genitori siciliani, ma lungo i solchi espressivi di quel viso leggiamo di corse sul Pontino e di una Livorno che non c’è più. Vito è, fra le altre, un fotografo, ma non vuole definirsi tale perché è innanzitutto un uomo che agisce con passione, con una genuina passione che non si fregia di titoli o epiteti. Eppure, la scelta d’intervistarlo nasce dalla voglia di mostrare ai lettori un lavoro di perfezionamento, studio, tenacia, ed empirica sperimentazione che è inoppugnabile nella visione del lavoro di Vito, che a tutti gli effetti mi prendo l’onere e la responsabilità di definire un fotografo, un ottimo fotografo. Uno di quelli cresciuti artisticamente per strada, con i propri occhi, la propria innata capacità artistica e la voglia di far vedere al mondo ciò che magari sfugge all’occhio umano, ma non al suo obiettivo e a quello della compatta con cui gira in lungo e in largo Livorno, la sua città. In questi anni ha saputo ritrarre tante prospettive, tanti angoli celati, tanti momenti e tante storie, perché con la fotografia si possono raccontare infinite storie e Vito l’ha saputo fare non accontentandosi di catturare un tramonto sul mare. Nelle foto di Vito c’è Livorno, ma ci sono soprattutto i livornesi, c’è soprattutto tanta umanità e tanta voglia di raccontare il genere umano che popola le città; con le sue storie, i suoi sentimenti e i suoi solchi sul viso che raccontano di tante primavere. Ci ha ricevuto a casa sua, con rigorose norme covid applicate, ma nel frattempo, mentre parla con noi Vito cucina. Perché è sicuramente un uomo dalle mille risorse, ma ti apre le porte non solo di casa sua, ma del suo mondo, della sua visione del mondo, ci regala per alcuni istanti i suoi occhi ed oggi è un dono raro.

LampaLuna

 Chi è in poche parole Vito Manfrè?

Vito Manfrè sono io (ride, n.d.r.) una persona di 59 anni, nato “sur Pontino” da genitori siciliani. Adesso ho una moglie inglese e due figli livornesi. Essere nato sul Pontino ha fatto sì che io guardassi, fin da bambino, i fossi e tutto ciò che riflettevano. Questo ha condizionato la crescita del mio occhio, chiamiamola artistica, sviluppata negli ultimi 10/ 15 anni. Magari anche perché stimolato da alcuni corsi di teatro.

Il Pontino, dove sono nato

Per quanto riguarda la fotografia è stato influente mio cugino Aldo, un bravissimo fotografo che già all’epoca aveva creato una piccola camera oscura. Non c’erano certo cellulari, era un modo per giocare. Gli ultimi 15 anni hanno fatto sì che grazie ad alcuni corsi ho potuto vedere il mondo da un punto di vista diverso. Stando su un palco, per esempio, o da una macchina fotografica. Questo mi ha permesso di vedere dei punti e dei momenti che cambiano sempre grazie alle persone, alla natura, alle luci.

L’avvento del digitale mi ha permesso di poter fare scatti, di provare, d’immortalare un momento che spesso mi riporta a quando ero piccolo. La zona dove sono nato la rivedo con occhio diverso

Ondeggiando fra i riflessi

Cos’è per te la fotografia? Perché vai in giro con una macchina fotografica compatta sempre in tasca?

Innanzitutto è un momento di vita. Poi è una scusa per camminare, cercando d’immortalare un’immagine che per me è un’emozione in quel preciso momento ma che poi posso rivivere. Quando torno a casa, me le scarico sul computer, le riguardo, le elaboro ed è come rivivere l’emozione del momento. Anzi, la posso approfondire notando dettagli che sul posto non avevo visto. Mi piace anche mettere della musica e vedere le mie foto, questo è un ricordo ormai risalente, di quando dopo un viaggio usava ritrovarsi, mettere la musica e guardare le foto. Questa è per me la base della fotografia.

Splash
Dogana d’acqua

Quali sono i soggetti ricorrenti che cerchi nelle tue immagini?

I riflessi, ho centinaia di riflessi. Soprattutto nell’acqua, perché Livorno ti stimola da questo punto di vista, Livorno è acqua. Il mare in primis, ma soprattutto nelle acque ferme, come i fossi con cui ho un legame indissolubile.

La Chitarra Galleggiante sul riflesso dei fossi bassi tra le note della Venezia

Però anche riflessi nelle pozzanghere, nelle finestre, sui vetri delle auto.

Pennellate nel mare
Punti di vista
Gli Scali Rosciano in un riflesso

Cosa ti affascina del riflesso?

Si tratta di vedere una cosa vista da un altro punto, per esempio con il movimento dell’acqua. Una foto del museo Fattori dentro ad un riflesso permette di fare di una semplice pozzanghera arte.

Passanti riflessi in una pozzanghera in Piazza Attias
La Terrazza Mascagni riflessa nelle acque ferme
Passeggiando riflettendo…

Oltre al riflesso amo le statue, che spesso andiamo a cercare nelle grandi città o durante una vacanza, ma a Livorno ce ne sono e sono estremamente interessanti. Le statue nella loro interezza sono belle ma arcinote, fatte e rifatte. Mi piace coglierne un piede, una mano a seconda della luce che ci batte e che rendono il particolare magnifico, dando i meriti all’artista che ha speso tempo su ogni singolo centimetro.

Le statue, soggetto amato dall’obiettivo di Vito Manfrè

Ma credo di non poter tralasciare il Mare, che è l’essenza di Livorno e si fa catturare sempre diverso, mai uguale.

La fotografia è stato un modo di rivalutare luoghi della tua quotidianità oppure è stato un modo per far conoscere bellezze nascoste?

Direi entrambe, perché non riuscivo a cogliere il bello di ciò che avevo intorno. Adesso le rivaluto due volte, quando scatto e quando le riguardo. Girare con la mia compatta mi consente di sognare un po’, di viaggiare nel mio piccolo, specie adesso che non ci si può muovere.

Versione B&N che mi garba – #incuriosiscity

Ma amo anche i social, che mi permettono di trasmettere i miei scatti al mondo e far vedere le nostre bellezze a chi viene da fuori, ma non solo. Riscontro un certo successo nei livornesi che vivono fuori o addirittura all’estero che apprezzano rivedere luoghi amici.

L’Isola di Gorgona al tramonto

Un paio di luoghi di Livorno che ti erano passati accanto indifferenti e che la fotografia ti ha fatto riscoprire?

Posso dire tutti? (ride, n.d.r.) Ogni giorno “riscopro” la mia città.
Se dovessi proprio rispondere direi le cantine dei gozzi, vederne il cambiamento. Rivedere la terrazza con un occhio diverso, magari faccio più caso alla pavimentazione, alle geometrie oppure al faro come punto di fuga della città stessa. Vorrei rimarcare anche la statua dello Scoglio della Regina, che mi diletto spesso a fotografare. Quell’opera ha un intrinseco senso di movimento, accresciuto dal clima, dal mare e dalle persone.

Lo scoglio della Regina, fonte di continui esperimenti fotografici. “Questa vignetta è coloratissima” dice Vito

Sono rimasto molto colpito dai tuoi “scatti rubati”, spesso riprendi sconosciuti all’improvviso, in momenti casuali, e racchiudi la vita nel senso più ampio, nella sua quotidianità, vorrei che tu mi parlassi di questa parte della tua produzione fotografica:

Looking for a number, ma comodamente

Per me le persone sono una parte integrante del paesaggio, ma non solo, cerco in qualche modo di raccontare una storia.

Livorno- Museo di Mare Naturale – Open
B&W Version

Ma partiamo da come sono giunto a questa passione, come li chiami tu, gli scatti rubati. Dopo aver fotografato sempre le stesse cose ho cercato del movimento, ciò che anima un posto e non lo rende fermo, penso alla Terrazza Mascagni con l’Isola di fronte. Ti accorgi, guardando meglio, che sulla Terrazza ci sono le persone. Ci si arriva piano piano, non è facile fotografare le persone, hai anche timore.

Ballando fra gli schizzi delle onde – Vito Manfrè

Grazie ai social mi sono avvicinato alla street photography. Cercare di vedere le persone: chi siamo? Come viviamo?
Specialmente viaggiando si narrano storie molto diverse solamente immortalando persone diverse che vivono luoghi diversi in modi diversi da noi.

Calasole di gennaio, il ritorno del surfista

Qualche progetto futuro?

Vorrei fare un qualcosa (una mostra, n.d.r.) basato sui riflessi, mi sono divertito tanto nella mia prima mostra ufficiale, dove ho presentato un progetto denominato Ghigne’nz frendz, dove ho fatto primi piani di visi di persone famose in città o persone vere, ordinarie.

Il manifesto della prima mostra di Vito Manfrè, Ghigne’nz Frendz che ha riscosso molto successo

Se vogliamo la livornesità era racchiusa in quei tanti volti così diversi però così particolari e belli ognuno nelle sue peculiarità, in quella mostra ho cercato di metterci Livorno. Grandi e piccini, facendo anche un lavoro di post-produzione per dare più contrasto e mettendo in bianco e nero questi volti. È stato molto soddisfacente, anche come presenze e feedback dei partecipanti.
Vorrei altresì collaborare con alcuni amici artisti, ma questa è solo un’idea che per ora tengo per me.

Vito alla mostra con le sue “Ghigne”

Oltre a Livorno hai altri soggetti che fotografi?

Amo molto fotografare i borghi e le campagne toscane, è tutta un’altra cosa, luci diverse, paesaggi diversi. Devo prendere innanzitutto confidenza con il posto, specialmente con la campagna, per esempio, a cui non sono abituato. Poi siamo ancora un po’ ristretti dal punto di vista del viaggio e questo mette dei paletti. Ma vere sempre una macchinetta in tasca ti consente di essere pronto se trovi qualcosa che ti dà emozioni, un mini viaggio.

Sei un autodidatta?

Fondamentalmente si, poi ho avuto modo di fare dei corsi che mi sono serviti tanto. Per avere delle basi tecniche, saper utilizzare i tempi, le luci. Soprattutto il corso con Andrea Dani è stato molto utile e bello. Essendo di gruppo i problemi degli altri diventavano occasione per me di apprendere cose che magari non avevo neanche pensato. Abbiamo fatto delle uscite con cose che io non avrei mai messo in conto: con un cavalletto, di notte, con un battello nei fossi. Ci ha insegato a fare una foto a chi fa attività sportiva, per esempio surf. Ho altresì imparato ad usare meglio, oltre alla mia compatta, le Reflex.

Osservando la natura che osserva – Guardando l’oltre

Qual è il tuo luogo del cuore, quello dove andare a fare foto per staccare da tutto?

Sicuramente il porto, lo considero un luogo molto bello. Forse perché mio padre da piccolo mi ci portava sempre o forse perché ho avuto modo di lavorare sulle navi e viaggiare per mare. Il porto è il luogo degli arrivi e delle partenze, lo trovo splendido.

Il porto di Livorno, luogo del cuore per Vito
Quando guardi attentamente e poi ci vedi la Storia di dove vivi – Il Porto – LI

C’è stata una piccola parentesi della tua vita in cui hai vissuto in Brasile, chi ti conosce sa quanto porti nel cuore quell’esperienza, ti piacerebbe tornarci per fare un lavoro fotografico legato al Brasile?

Sarebbe molto bello, laggiù c’è una luce unica che varrebbe la pena immortalare e raccontare. Del Brasile vorrei poter parare, attraverso le mie immagini, dei colori. I colori del quotidiano, dei paesaggi, del carnevale, della festosità brasiliana, dove si mischia il sacro e il profano. Nonostante qualsiasi tragedia c’è sempre voglia di vivere, ballare, cantare. Io ho vissuto a Salvador de Bahia e in un certo senso ricorda Livorno, un porto di pirati, di bordelli, come la Livorno di 100 anni fa. Salvador de Bahia è il suo porto e il suo mare, proprio come la nostra Livorno. Sicuramente il Brasile ha rubato un pezzo del mio cuore.

Le illuminazioni, quelle belle

 


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