Con la scelta delle dimissioni da segretario nazionale del PD, si è conclusa una scelta sofferta da parte di Zingaretti. Un ruolo decisivo ha giocato il legame affettivo con la gente del Lazio che in tre elezioni consecutive gli ha confermato la sua fiducia in controtendenza rispetto al declino nazionale. Ha pesato un rapporto personale direi familiare rassicurante nella buona e cattiva sorte. E’ tornato a casa nella sua regione dove potrà concretamente attuare quell’alleanza, per lui strategica col M5stelle, che tra l’altro gli consente di superare quella condizione di anatra zoppa, di dover raccattare voti sparsi di volta in volta per tenersi a galla. Ma le dimissioni di Zingaretti sono anche la spia di una debolezza di cui è stato il primo a prendere atto. La ressa pulviscolare quando c’è la finanziaria o più ancora quando si deve formare un nuovo governo è una costante nel nostro Paese e vergognarsene non è certo una dichiarazione accattivante, ma in qualche modo voler blindare l’irrevocabilità delle dimissioni. Alla radice c’è l’onestà di riconoscere l’incompatibilità tra i due incarichi, quello nazionale e quello regionale specie in tempi di pandemia, quando, secondo la sua natura di rapportarsi, è il contatto personale diretto a fondamento della fiducia reciproca. Nell’impossibilità di potersi spendere nel suo modo più congeniale, il più competitivo con gli altri leader politici, Zingaretti si è sentito inadeguato ed ha scelto di ripartire dalla sua regione. Altra considerazione che avrà fatto, piuttosto amara, di non essere stato in grado di formulare un strategia condivisa che superasse la sensazione che il suo “Campo largo fosse senza anima”, una sommatoria di brandelli di nomenclature preoccupate solo della sopravvivenza. Il colpo decisivo quello di Grillo che nelle sue improvvisazioni consegna il M5stelle ad un personaggio come Conte che traguarda verso il centro anche col consenso di Di Maio afflitto da nostalgia leghiste per tenere in piedi la permanenza al governo grazie ad un doppio forno. Non è un caso che Renzi, mentre Zingaretti si schiacciava su Conte, abbia fatto di tutto per scalzare il maggiore suo competitor in quell’aria di centro intravista come l’unica a poter fare da ago della bilancia tra i due probabili schieramenti alternativi. Con la scelta di Conte a guida dei i 5stelle Zingaretti ha visto franare la credibilità della sua linea come aggregante del campo largo progressista ed ha gettato momentaneamente la spugna. Riparte dalla sua regione, di cui finora non ha intuito le enormi potenzialità per fare da battistrada ad un rinnovamento istituzionale più complessivo, a partire, grazie alla sua autonomia statutaria, dal rimuovere quella barriera istituzionale che prevede lo scioglimento dell’assemblea se il sindaco o il presidente per qualunque motivo vengano a mancare.
Rodolfo Carelli
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