La Legge della parola Seconda parte
La cifra autentica del cristianesimo è costituita dalla dedizione al prossimo, dall’accoglienza, dallo spirito di fratellanza e dalla carità, di cui anche i laici, gli atei, i senza Dio devono prendere atto. (Massimo Firpo)
Nell’esaminare i diversi racconti biblici del poderoso saggio La Legge della parola, Massimo Recalcati fa riferimento con continuità alla psicanalisi di Freud, Jung e Lacan e alla filosofia di Heidegger, Kierkegaard, Derrida, Levinas e di altri filosofi contemporanei.
Nel terzo capitolo del libro (Noè e il delirio dei babelici) l’autore, affrontando un altro grande tema biblico, legge l’esperienza del diluvio alla luce della psicanalisi. La vicenda del diluvio, legata al profeta Noè, uomo «giusto e irreprensibile», porta con sé morte e distruzione e colpisce il genere umano che ha disprezzato il dono della Creazione. Questa immane catastrofe ecologica provoca l’annientamento del creato attraverso la furia delle acque.
Nel racconto biblico del diluvio l’uomo ha dimenticato di custodire il creato e si è voluto ergere a padrone del mondo (e non ospite della terra), a dominarlo, a farsi uguale a Dio che vuole salvare la terra saccheggiata dagli uomini. La violenza del diluvio vuole ricostruire l’alleanza di Dio con l’uomo e vuole rigenerare la vita destinata a ricominciare.
L’evento traumatico del diluvio è una grande metafora della crisi necessaria alla ripartenza della vita che si concretizza nel «piantare una vigna», gesto destinato a rigenerare la vita nel tempo e a restituire all’uomo un futuro. Per avviare il processo di umanizzazione della vita è necessario il taglio simbolico della castrazione (dell’acquisizione del senso del limite) che, beneficamente traumatico, avviene quando Noè si lascia cadere ubriaco nella tenda senza preoccuparsi di coprire la nudità del suo corpo.
Anche la vicenda della torre di Babele dimostra l’arroganza illimitata, narcisistica dell’uomo impegnato a sfidare Dio misconoscendo ogni forma di gratitudine verso Dio stesso che è il padre del linguaggio. I babelici, con la delirante costruzione della torre intendono sfidare Dio e farsi un nome da se stessi rivendicando un’autonomia assoluta del Nome, inseguendo un miraggio di autosufficienza che esclude ogni legame con l’Altro Il Dio biblico privilegia la molteplicità delle lingue e la trascendenza del linguaggio è istituita dal Nome del padre che dona all’origine della Creazione la possibilità della parola.
Nel quarto capitolo del saggio, Il sacrificio di Isacco, Recalcati analizza il racconto violento e scabroso di Abramo costretto a sacrificare, scannandolo e bruciandolo, il prediletto e amato figlio Isacco per offrire a Dio una prova estrema, insostenibile della sua fede. Abramo è sottoposto a dare una terribile e traumatica risposta ad una richiesta apparentemente assurda e incomprensibile al suo Dio. Il suo compito etico di padre non è quello di assassinare il figlio, ma quello di proteggerlo.
Abramo l’uomo della fede, resosi disponibile con il suo Eccomi! (parola di responsabilità), entra in forte contrasto con «l’uomo dell’etica» che ha il dovere di tutelare il figlio, e si trova di fronte a due Leggi contrastanti: quella etica del padre e quella religiosa di Dio.
L’atroce dilemma, vissuto in maniera isolata e segreta, che la verità non può essere separata dalla responsabilità della soggettività, costituisce uno dei grandi temi che la psicoanalisi eredita dal testo della Bibbia e che Lacan affronta nella sua indagine sull’inconscio. Il patriarca Abramo, l’uomo dell’Eccomi!, uomo giusto e timorato, sperimenta con angoscia che la sua libertà non può sottrarsi alla spaventosa responsabilità della radicale solitudine e del silenzio non condivisibile.
Nessun compromesso è possibile. Dio chiede, in nome della Legge della parola che impone la rottura del legame tra genitori e figli, di rinunciare alla proprietà del figlio e di donarlo, di perderlo, di abbandonarlo e lasciarlo andare nel deserto, di essere liberato dall’amore dei genitori e costruire la sua vita e diventare uomo accanto a una donna e trovare il suo posto nel mondo. Saper perdere Isacco è la prova più umana a cui Dio sottopone l’amore di Abramo e Sara, genitori che hanno avuto un figlio inatteso e insperato. Abramo è chiamato a dare testimonianza a rinunciare a un amore, come proprietà della vita del figlio, a lasciarlo libero e a sacrificare la sua paternità come dominio sul figlio. Nell’epilogo del racconto, Dio rinuncia a esercitare il suo dominio e, inviando un angelo-messaggero, ferma il braccio di Abramo che sta per colpire con il coltello Isacco perché il soggetto del sacrificio, dell’olocausto non è il figlio Isacco ma il desiderio di dominio dei suoi genitori, rappresentato dal montone-padre che viene scannato.
Nel quinto capitolo L’anca di Giacobbe, l’autore affronta uno dei temi presenti nella Bibbia e nella predicazione di Gesù, quello della fratellanza, la cui sostanza non sta nel sangue, nella natura, nella stirpe, nella discendenza ma nell’incontro, nell’apertura e nell’amore per il prossimo, per lo sconosciuto.
La vicenda di Giacobbe evidenzia che è necessario distinguere la fratellanza traumatica, dove domina una lesione del narcisismo dell’Uno, e quindi la fratellanza diventa luogo di distruzione e di sofferenza, di risentimento e di aggressività mortale, e quella generativa che si basa sulla dedizione e sulla condivisione con l’Altro.
Giacobbe è obbligato a condividere il ventre della madre Rebecca con il fratello gemello Esaú, considerato fattore di disturbo e di perturbazione. Esaú è il primo ad uscire dal ventre materno e sarà il primogenito, mentre il fratello rappresenta lo sconfitto che afferra con le mani il tallone del fratello. Rebecca, grande matriarca, predilige Giacobbe, il minore dei gemelli, come erede. Esaú scambia la sua primogenitura con «un piatto di lenticchie» offerto con astuzia da Giacobbe, per sfamarsi, per sopravvivere. Giacobbe, ingannando il vecchio padre Isacco e spacciandosi per Esaú, riesce a farsi benedire e diventare, con la frode e il mancato rispetto della Legge, l’erede, il successore.
A seguito dei propositi vendicativi di Esaú, Giacobbe, l’usurpatore è costretto a diventare un uomo in fuga e a lavorare per sette anni alle dipendenze del suocero Labano, padre di Rachele, donna da lui desiderata, a restar solo e a combattere con lo straniero, con se stesso, con la propria divisione interna, riportando una slogatura all’anca che frattura l’unità della sua immagine ideale. Questa lesione del corpo è la marca dell’assunzione simbolica del taglio della castrazione. E nella dura lotta notturna con lo straniero (che è Dio stesso), Giacobbe perde il suo nome per acquisire quello di Israele e chiede al suo antagonista di essere benedetto.
Giacobbe, il vinto, riesce a fare della perdita del nome una esperienza generativa perché può sperimentare un’altra fratellanza non più dominata dall’odio e dal narcisismo, ma dall’amore, dalla prostrazione verso il fratello che non è più rivale, ma acquisisce il volto di Dio, dell’Altro, della relazione con il prossimo.(continua)
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