“L’isola degli Spiriti” un Film PE(N)Sante

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<L’isola degli spiriti> del regista irlandese Martin Mc Daunagh merita d’essere visto di per sé tendenzialmente teatrale nella costruzione e nei dialoghi, teatro della crudeltà genere A. Artaud anche dell’assurdo tipo Ionesco o Cocteau, filmicamente con qualche suggestione di Antonioni quanto alla alienazione e alla incomunicabilità, di Bergman per l’aura ora surreale ora psicologicamente complessa circa il male di vivere, dunque, uno psicodramma condotto con mano energica vale a dire un bel colpo di mano e di testa. L’insostenibile pesantezza della solitudine o dell’isolamento, l’afasia esplicativa tra gli amici tra fratello e sorella, il pudore o l’espulsione dei sentimenti di fatto esorcizzati, il mal di vivere portato come un fiore appassito all’occhiello quasi un esile filo/tramite di riconoscimento. I personaggi sono fantasmi che si sfiorano paventando il contatto se non appena un soffio, un accenno di disorientamento quando la sorella comunica al fratello la decisione di andarsene, quindi, la presa d’atto di essere uno spirito ossia una larva di se stesso. Ai limiti del parossismo la ossessiva insistenza di uno dei due protagonisti (bravissimo Ferrel) a braccare l’amico (attore comprimario altrettanto notevole) per corrispondere e condividere amicalmente o fraternamente pensieri e parole questi invece restio e riluttante. Emblematica e inquietante l’apparizione della vecchia che evoca il “Persona” di Bergman termine che in latino significa “maschera” nel caso specifico la maschera della morte di fatto inconsciamente evocata dagli spiriti dell’isola. Film “pe(n)sante” cioè di peso e spessore, di pensiero più che di azione di per sé aleatoria per essere delegata agli stessi spiriti. Forzando la mano, a volerne individuare l’attualità o la “com-presenza” ai nostri giorni, verrebbe da pensare che con tutto il ciarpame che ci travolge e ossessiona potremmo immaginare una Italia simile a una pen-isola popolata da spiriti maligni e perversi tanti sono e tali da sovrastare quelli buoni non moltissimi ma per fortuna resistenti, di quelli che la Morante chiamerebbe “i felici pochi” (i “ragazzini”) delegati a priori a salvare il mondo dagli “infelici molti” ossia gli spiriti del male. Un film sulla incomunicabilità peraltro oggi attestata dalle potenti macchine della ipercomunicazione dove la parola risulta sempre più afona essendo, al contrario, riflesso del pensiero prima che chiacchiera, specchio dello spirito/idea personificati: leggere a riguardo il saggio-romanzo di J.P. Sarte “Le parole”: < La cultura non salva niente né nessuno, non giustifica. Ma è un prodotto dell’uomo: egli vi si proietta, vi si riconosce; questo specchio critico è il solo ad offrirgli la sua immagine.> Incomunicabilità e alienazione un binomio scuorante eppure sempre attuale da cui dovremmo guardarci mediante quella “autoriduzione” cui fa riferimento Pasolini autoridursi, infatti, è un attestato di umiltà intellettuale, di predisposizione ad un dialogo o conversazione continuamente interrotta mai preclusa/conclusa, con Brecht diremmo una “debolezza”: “DEBOLEZZE./ Tu non ne avevi./ Nessuna./ Io ne avevo una: /amavo.” > Potrebbe essere la sigla del film in questione un film “pesante” cioè di peso-spessore. (gimaul)

 

 


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