Il Gioco dei Destini : Da Panatta a Sinner, dove nasce il Tennis

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C’è un momento preciso in cui l’infanzia si lega a un luogo e quel luogo, anni dopo, diventa la spiegazione di un miracolo sportivo. Quando da bambino andavo in vacanza lassù, tra le montagne dell’Alto Adige — proprio nei luoghi dove è nato e cresciuto Jannik Sinner — c’era una cosa che saltava subito all’occhio, qualcosa che per chi veniva dalle grandi città sembrava un’anomalia felice.

Non importava quanto fosse piccolo il paesino, quanto fosse arrampicato sulla roccia o nascosto tra i boschi di larici. La regola, non scritta ma scolpita nel cemento e nell’erba sintetica, era sempre la stessa: ogni singolo comune aveva il suo campo da tennis e la sua piscina comunale.

Questo è il “Modello Alto Adige”. Un microcosmo dove lo sport non è mai stato un lusso per pochi o una fuga dal degrado, ma un servizio essenziale, una naturale estensione del cortile di casa. È un ambiente sano, intriso di una cultura contadina che non significa arretratezza, ma l’esatto contrario: significa rispetto per la terra, culto del lavoro, pazienza nell’aspettare il raccolto e, soprattutto, una formidabile disciplina quotidiana.

In quelle valli il tennis si gioca pulito. Non c’è l’ossessione del successo a tutti i costi che avvelena i circoli metropolitani; c’è il piacere del movimento, l’aria frizzante che pulisce i polmoni e quel silenzio montano che insegna a bastare a se stessi. Jannik Sinner è il prodotto perfetto di questa terra: solido come un pino baranci, silenzioso come la neve che cade, abituato a scivolare sulla terra rossa come faceva sugli sci da bambino. Un talento coltivato all’aria aperta, lontano dai riflettori e vicino alle radici.

Se Sinner è il figlio della montagna e di un sistema perfetto, la storia del tennis italiano ha radici che affondano in un terreno completamente diverso, fatto di sguardi, di espedienti e di una verticalità sociale tutta romana. Per capire da dove veniamo, bisogna fare un salto indietro nel tempo e cambiare radicalmente scenario, volando sulle sponde del Tevere, all’ombra del Circolo Canottieri Parioli.

Lì incontriamo la lunga, leggendaria storia di Adriano Panatta. Adriano non è nato con un destino da tennista scritto nel DNA di una valle organizzata. Suo padre, l’indimenticabile Ascenzio, non era un socio del club: era il custode, il guardiano dei campi.

“Io ho imparato a giocare lì semplicemente perché entravo gratis”, avrebbe raccontato Adriano anni dopo con la sua tipica ironia capitolina.

Mentre i figli della Roma bene compravano le racchette di legno più costose e prendevano lezioni private dai maestri in colletto bianco, il piccolo Panatta osservava i rimbalzi da dietro le recinzioni. Raccoglieva le palline, rubava i segreti con gli occhi e, appena i campi si svuotavano o la pioggia faceva scappare i signori, entrava in scena.

Il tennis di Panatta è nato così: un’arte di contrabbando. Il suo talento era puro, figlio di una furbizia stradale e di una sensibilità di mano che non si impara nelle accademie, ma si inventa per sopravvivere e per vincere la noia. Se Sinner rappresenta la programmazione scientifica di una comunità, Panatta è stato l’improvvisazione geniale di un singolo che ha scardinato le porte di un mondo chiuso dall’interno.

C’è un filo rosso che unisce la terra rossa dell’Alto Adige, i campi dei Parioli e il resto del mondo. È la consapevolezza che il tennis, esattamente come il calcio, è un regalo che gli inglesi hanno fatto all’umanità. Entrambi nati nello spirito vittoriano del fair play e della codificazione geometrica del tempo libero, si sono poi trasformati in fenomeni di massa globali, capaci di muovere miliardi di cuori e di euro.

Ma se il calcio è diventato la religione del popolo, il tennis ha mantenuto per lungo tempo un’aura di sacralità e di aristocrazia, che in Italia ha trovato il suo tempio massimo nel Centrale del Foro Italico.

Il Foro Italico a Roma non è solo un complesso sportivo; è un’opera d’arte a cielo aperto, un catino di marmo bianco e statue classiche dove la terra rossa sembra quasi sangue vivo sotto il sole di maggio. Giocare sul Centrale del Foro Italico significa recitare a teatro. Il pubblico romano non assiste alla partita: partecipa, urla, si dispera, si esalta. È un’arena che ha battezzato l’estasi di Panatta nel 1976 e che oggi osserva con ammirazione la freddezza chirurgica di Sinner.

Vedere Sinner oggi, con la sua compostezza nordeuropea, calpestare la stessa terra che vide le scivolate e le veroniche di Panatta fa capire quanto sia grande la bellezza di questo sport. Due Italie diverse, due epoche distanti: da una parte il riscatto pop di un figlio del custode ai Parioli, dall’altra l’eccellenza di un ragazzo cresciuto tra i campi e le piscine del Trentino-Alto Adige. Il passato e il presente si fondono, ma il gioco, nelle sue regole inventate oltremanica, resta splendidamente lo stesso.

Alessandra Trotta (Giornalista e scrittrice)


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