SABAUDIA – Riportiamo in maniera integrale il testo di un post di Don Massimo Castagna apparso stamane sulla pagina facebook della Parrocchia Santissima Annunziata, al termine della prima serata della Festa della Birra di Sant’Isidoro: un vero e proprio inno alla pace, alla gioia, alla condivisione, alla fratellanza, alla speranza.
“Cosa gli occhi di un parroco, cioè di un padre, hanno notato ieri sera, primo giorno della Festa della Birra organizzata dalla cappellania di S. Isidoro nella piazza della parrocchia?
Innanzitutto mi ha colpito la presenza della gente. Gente semplice, sorridente, desiderosa di sedere tranquillamente attorno ad un tavolo per sorseggiare una birra fredda, per assaporare un piatto di bigoli, per mangiare un panino con la salsiccia di S. Isidoro. Persone alla ricerca di relazioni tranquille, senza la paura di essere aggredite da reazioni verbali eccessive, violente, lesive della sensibilità di chi si vuole colpire. Gente capace di ridere alle battute altrui, di prendersi in giro benignamente, di essere contenta della presenza dell’altro.
La gente ha bisogno di luoghi di pace e come parroco, cioè come padre, sono contento che la nostra casa, cioè la parrocchia, stia offrendo oltre che un luogo, un’occasione per far incontrare tutti, credenti e non credenti, per far festa: la parrocchia come luogo d’incontro e non di scontro.
Va da sè che occasioni come questa, se capite per lo spirito con cui vengono poste in essere, andrebbero valorizzate, sostenute, piuttosto che recepite da alcuni con fastidio, o peggio ancora ostacolate con appigli burocratici, sovrapposte o messe in competizione, da alcuni che pensano di contare più di altri con altre proposte.
In secondo luogo come parroco, cioè come padre, mi ha colpito la presenza di tanti volontari, orgogliosi della loro appartenenza riconoscibile attraverso i colori delle loro magliette. Tra queste come non notare l’arancione sgargiante del gruppo di S. Isidoro: una macchina da guerra, questa sì, da presentare al mondo come capace di costruire la pace mettendosi a disposizione degli altri gratuitamente, senza guardare al tornaconto personale ma al bene della comunità, al lavorare all’obiettivo comune di mettere qualcosa da parte per migliorare le strutture della cappellania, per riparare ad errori accumulati negli anni.
E qui come non gioire come parroco, cioè come padre, che in questa occasione la diversità delle magliette non è motivo di divisione ma invece di distinzione, ma anche di appartenenza ad una famiglia: la comunità parrocchiale. La parrocchia è casa, è famiglia composta da vari componenti. È un luogo dove imparare a conoscersi, a rispettarsi, a trovare spazi dove condividere e arricchirsi della presenza dell’altro. È una palestra di vita che tutti vorremmo ideale, perfetta, senza contraddizioni, ma che tale non è perché è scuola e a scuola si va per imparare l’arte difficile del vangelo di Gesù.
Vedervi lavorare insieme con tanti altri volontari è stato motivo di gioia, consolazione, speranza. Abbiamo bisogno di sentirci uniti, di cooperare per il bene ed io, come parroco, cioè come padre, sono orgoglioso della testimonianza che avete dato ieri sera.
Infine come non ringraziare il Signore nell’aver notato un incontro terminato con un sorriso e un abbraccio di pace, dopo un periodo in cui c’è stata la possibilità concreta di vedere nel servizio dell’altro un’occasione di fraintendimento, di divisione! C’è bisogno di costruttori di pace, di chi getta ponti e non costruisce muri e compito di un parroco, cioè di un padre, è creare le condizioni perché ciò possa avvenire.
Grazie a tutti voi per questi segni di speranza che come figli date ad un parroco cioè al vostro padre”.
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