La poesia è un atto rivoluzionario che apre la mente a difesa della libertà di pensiero per contrastare in modo prorompente il Potere molesto

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Scrive Platone nel libro Simposio (La forza dell’amore) che «… poiesis è qualcosa di molteplice. Ogni atto per cui qualcosa passa dal non-essere all’essere è poiesis, cosicché le varie operazioni dipendenti da tutte le arti sono poieseis e i loro artisti poietai … solo una porzione della poiesis complessiva, distinta dalle altre (intendo quella che comprende la musica e i metri) è definita … poiesis, e poietai tutti gli artisti che posseggono questa porzione della poiesis». La poesia dunque è creazione, è creazione di valori, è ideazione, è manifestazione di uno spirito critico e libero che si stacca dalla superficialità e dall’indifferenza umane. La poesia è anche espressione di smisurata immaginazione come quella che si desume dal canto L’infinito di Giacomo Leopardi: “Così tra questa/ immensità s’annega il pensier mio/ e il naufragar m’è dolce in questo mare”. La poesia sconvolge le convinzioni sulle compagini sociali esistenti e induce alla ricerca dell’idea di libertà non radicata nell’essere umano rendendola chiaramente necessaria e vitale. E per questo nella poesia, sin dai tempi di Esiodo, Omero, Saffo, ecc., si fa uso di uno strumento creato nel tempo dall’uomo: il logos, inteso come linguaggio, espressività della mente, che consente in piena libertà espressiva un uso infinito di mezzi finiti: le parole. La parola,  come asserì il sofista Gorgia di Leontini nell’Encomio di Elena, «è un gran dominatore, che con piccolissimo corpo e invisibilissimo, divinissime cose sa compiere; riesce infatti e a calmar la paura, e a eliminare il dolore, e a suscitare la gioia, e ad aumentare la pietà». La parola è anche il mezzo per suscitare pathos, cioè emozioni e commozioni, e sentimenti, per originare sconvolgimenti, per stimolare pigli che fanno fiorire, come un fiore dal bocciolo, una profonda e limpida bellezza, quell’aurea beltade decantata da Ugo Foscolo nell’ode All’amica risanata: « … ond’ebbero/ ristoro unico a’ mali/ le nate a vaneggiar menti mortali».

Lo scrittore ceco Milan Kundera nel libro “L’arte del romanzo” (Piccola Biblioteca Adelphi,1988) ha affermato che «Per il poeta scrivere significa abbattere il muro dietro cui si nasconde qualcosa che è stata sempre lì».

Per non togliere nulla alla cultura scientifica, dalla lettura del saggio divulgativo Fisica quantistica per poeti (Bollati Boringhieri, 2013) del premio Nobel per la fisica (1988) Leon M. Lederman e del suo collega Chtistopher T. Hill emerge che la poesia risulta controintuitiva in maniera sconcertante come la fisica quantistica. In esso, parimenti ai poeti, i due scienziati descrivono un mondo magico, come quello di Oscar Wilde Nel bosco: «Uscito dal crepuscolo del bosco/ nell’alba del prato/ membra d’avorio e occhi d’ambra/ ecco il mio Fauno// passa leggero sull’erba cantando/ e l’ombra sua danza con lui/ e non so chi seguire/ se l’ombra o il canto!// O Cacciatore, portami la sua ombra!/ O Usignolo, donami le sue note!/ Prima che ebbro di musica e follia/ io lo insegua invano!». Si rimettono anche all’immaginazione come si evince dalla poesia Il Secondo Avvento del poeta William Butler Yeats: «Ruotando e roteando nella spirale che sempre più si allarga,/ il falco non può udire il falconiere;/ le cose si dissociano; il centro non può reggere;/ e la pura anarchia si rovescia sul mondo,/ la torbida marea del sangue dilaga, e in ogni dove/ annega il rito dell’innocenza;/ i migliori hanno perso ogni fede, e i peggiori/ si gonfiano d’ardore appassionato», e condividono pure l’immaginazione fantastica di William Blake che, in Gli auguri dell’innocenza, cerca di «vedere il mondo in un granello di sabbia/ e un paradiso in un fiore selvatico,/ tenere l’infinito nel palmo della mano/ e l’eternità in un’ora».

L’essere umano, dunque è chiuso in una gabbia da cui gli è difficile uscire ma da cui è possibile che riesca a farlo con un semplice tocco come versifica il poeta Robert Frost nella poesia La porta non sbarrata: «Dopo molti anni/ bussarono alla porta/ e pensai che la porta/ non aveva lucchetto.// Spensi la candela/ in punta di piedi/ andai alla porta/ a mani alzate.// Ma bussarono di nuovo/ la finestra era grande/ misi le gambe fuori/  e uscii nella notte// Dalla finestra/ dissi «Chi è?»/ a chiunque avesse bussato alla porta./ Bastò un tocco/ per uscire dalla gabbia/ nascondermi nel mondo/ e cambiare nel tempo».

E fu il Presidente degli Stati Uniti d’America John Fitzgerald Kennedy, nel suo discorso all’Amherst College  del 26 ottobre 1963, a commemorare la morte di questo poeta che era riuscito «a dare alla sua epoca la forza necessaria per superare la disperazione», e, nel contempo, a sostenere che la poesia è un potente mezzo umano salvifico grazie alla sua spinta equilibratrice e alla necessaria eccellenza che il potere spesso dimentica: «Quando il potere porta l’uomo all’arroganza la poesia gli ricorda i suoi limiti. Quando il potere restringe il campo dei suoi interessi, la poesia gli ricorda la ricchezza e la varietà della sua esistenza. Quando il potere corrompe, la poesia purifica. Perché l’arte permette di giungere alla verità umana di base che costituisce la pietra di paragone su cui si basa il nostro giudizio. L’artista, per quanto fedele alla sua personale visione della realtà, diventa l’ultimo difensore del pensiero e della sensibilità individuali contro una società invadente e uno Stato importuno». Circa un mese dopo, esattamente il 22 novembre 1963, il trentacinquesimo presidente veniva ucciso a Dallas, nel Texas.

«Poeta, dunque, è colui che svela la propria potenza immaginifica con la stessa semplicità con cui la madre allatta il proprio bambino. E, come una madre, Poeta è colui che nutre chi si abbevera alla sue dolci parole o alle sue rime accorate» (Sul sentiero dell’origano selvatico, Aracne editrice, Ragno riflesso, 2020).

Francesco Giuliano

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Giuliano Francesco, siciliano d’origine ma latinense d’adozione, ha una laurea magistrale in Chimica conseguita all’Università di Catania dopo la maturità classica presso il Liceo Gorgia di Lentini. Già docente di Chimica e Tecnologie Chimiche negli istituti statali, Supervisore di tirocinio e docente a contratto di Didattica della chimica presso la SSIS dell’Università RomaTre, cogliendo i “difetti” della scuola italiana, si fa fautore della Terza cultura, movimento internazionale che tende ad unificare la cultura umanistica con quella scientifica. È autore di diversi romanzi: I sassi di Kasmenai (Ed. Il foglio,2008), Come fumo nell’aria (Prospettiva ed.,2010), Il cercatore di tramonti (Ed. Il foglio,2011), L’intrepido alchimista (romanzo storico - Sensoinverso ed.,2014), Sulle ali dell’immaginazione (NarrativAracne, 2016, per il quale ottiene il Premio Internazionale Magna Grecia 2017), La ricerca (NarrativAracne – ContempoRagni,2018), Sul sentiero dell’origano selvatico (NarrativAracne – Ragno Riflesso, 2020). È anche autore di libri di poesie: M’accorsi d’amarti (2014), Quando bellezza m’appare (2015), Ragione e Sentimento (2016), Voglio lasciare traccia (2017), Tra albori e crepuscoli (2018), Parlar vorrei con te (2019), Migra il pensiero mio (2020), selezionati ed editi tutti dalla Libreria Editrice Urso. Pubblica recensioni di film e articoli scientifici in riviste cartacee CnS-La Chimica nella Scuola (SCI), in la Chimica e l’Industria (SCI) e in Scienze e Ricerche (A. I. L.). Membro del Comitato Scientifico del Primo Premio Nazionale di Editoria Universitaria, è anche componente della Giuria di Sala del Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica 2018 e 2019/Giacarlo Dosi. Ha ricevuto il Premio Internazionale Magna Grecia 2017 (Letteratura scientifica) per il romanzo Sulle ali dell’immaginazione, Aracne – NarrativAracne (2016).