Piero Della Francesca (Borgo San Sepolcro, Arezzo, 1415-20, 1492) è un pittore italiano. Le sue prime opere note manifestano una approfondita conoscenza dell’arte fiorentina dei primi decenni del ‘400 e fanno supporre ad un prolungato soggiorno dell’artista nella città toscana; la sua presenza, tuttavia, vi è documentata solo nel 1439, quando partecipò accanto a Domenico Veneziano, all’esecuzione di un perduto ciclo di affreschi nel coro di Sant’ Egidio.
Oltre agli affreschi di Masaccio al Carmine e in Santa Maria Novella, il limpido e rigoroso ordine compositivo, l’alta luminosità dei colori e le nitide strutture spaziali delle opere del Beato Angelico e dello stesso Domenico Veneziano attrassero in quegli anni il giovane artista già rivolto a una appassionata indagine delle leggi prospettiche e proporzionali teorizzate dall’Alberti nel tratto di pittura.
Le esperienze fiorentine sono il punto di partenza per le sue originalissime creazioni di quattro decenni del secolo, dal Battesimo di Cristo, alla Crocifissione e ai pannelli con i Santi Sebastiano e Girolamo Battista, che rappresentano le parti più antiche del Polittico della misericordia, commissionato nel 1445; il vigoroso impianto plastico delle figure di un’ energia masaccesca, è messo in risalto dai nettissimi contrasti di luce e ombre dal valore luminoso attribuito all’arcaico fondo d’oro.
Nel 1451 Piero Della Francesca dipinse nel Tempio Malatestiano di Rimini l’affresco votivo di Sigismondo Pandolfo Malatesta, di un’ astratta fissità cerimoniale nella rigida disposizione in diagonale delle figure e nella severa ambientazione architettonica; forse l’anno seguente, alla morte di Bicci di Lorenzo, accettò di proseguirne il ciclo della Leggenda Della Vera Croce, appena iniziato nel coro di San Francesco ad Arezzo, perduti gli affreschi eseguiti da Piero della Francesca nel Castello Estense e in Sant’Agostino a Ferrara (ma al periodo Ferrarese potrebbe riferirsi il San Girolamo Penitente degli Staatl, museo di Berlino), distrutti quelli dipinti circa dieci anni più tardi nei Palazzi Vaticani, il ciclo di Arezzo (terminato verso il 1462, oggetto di un recente e laborioso restauro) resta come splendida testimonianza della grandezza dell’artista nella fase centrale della sua attività.
In esso, la leggenda medievale del sacro legno si trasforma in spettacolare azione liturgica; il tono sacrale della rappresentazione non investe soltanto la solenne gravità dei gesti dei personaggi, ma la natura stessa, lo spazio entro cui si muovono le figure. Uomini e natura appaiono in assoluto accordo proporzionale, secondo le leggi armoniche e razionali che riflettono l’originaria perfezione di tutto il creato.
A partire del settimo decennio del secolo si intensificarono i rapporti dell’artista con la corte di Urbino (dove è sicuramente documentato solo nel 1469), centro dell’arte “intellettuale” – nella sua ispirazione matematica e razionale – del Rinascimento, e punto d’incontro di diverse tradizioni artistiche.
Per i Montefeltro Piero Della Francesca dipinse i ritratti, a profili affrontati, di Federico Battista Sforza e i loro “trionfi” nel Dittico di Urbino, nonché la Sacra Conversazione di Brera, proveniente dalla chiesa urbinate di San Bernardino, mausoleo della famiglia ducale; queste opere, tra le maggiori dell’artista e tra le più alte del sec. XV, riflettono, come la Madonna di Senigallia e la Natività, la conoscenza dei dipinti fiamminghi e una nuova sensibilità per la ricchezza dei rapporti cromatici e per gli effetti di luce come elemento unificante della composizione.
Durante gli ultimi decenni di attività, l’approfondimento degli interessi teoretici, stimolati dalla cultura dell’ambiente urbinate e dai rapporti col grande matematico Luca Pacioli, spinse Piero Della Francesca alla stesura dei tratti De prospectiva pingendi e De quinque corporibus regularibus, intesi a ricondurre alla essenziale e misurabile regolarità delle loro forme geometriche l’infinità varietà degli oggetti naturali.
Come quella pittorica, l’attività di teorico di Piero Della Francesca appare fondata sulla certezza di un intimo legame armonico delle forme tra di loro e con lo spazio: la consonanza dell’universo si rivela analogicamente nel microcosmo del dipinto grazie alla divina proporzione dei rapporti matematici.
Guglielmo Guidi
Ricercatore e storico d’arte























