L’astrazione è una capacità mentale che aiuta a riflettere e a comprendere la realtà, il cui substrato che realmente la potenzia è la lettura

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A proposito di lettura, partendo dalle riflessioni dello scrittore francese Daniel Pennac in Diario di scuola (Feltrinelli, 2008): «Fa rumore, un pensiero, e il piacere di leggere è un retaggio del bisogno di dire», e dello storico pugliese Luciano Canfora in Libro e libertà (Laterza, 2005): «È antico e molteplice il nesso tra libro e libertà. Se solo pensiamo all’alfabetizzazione delle masse non è azzardato ritenere che la libertà venga da un libro», in questa breve dissertazione disserteremo di “astrazione”, ma non solo, unendoci nel contempo al pensiero dello scrittore siciliano Luigi Pirandello (1867 – 1936) in Uno, nessuno e centomila (Mondadori, 1992): «Ma che colpa abbiamo se le parole sono vuote? E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto di intenderci; non ci siamo intesi affatto».

“L’astrazione” (dal latino abstrahěre: astrarre) è la capacità di generalizzare il reale senza accedere pedissequamente nel particolare ed è un’abilità necessaria non solo in ambito scientifico ma anche in ambito filosofico. Senza di essa non si potrebbe comprendere la matematica, la geometria, l’algebra, la chimica, la biologia, la fisica, la metafisica, ecc., i cui rispettivi enti specifici sono teorici: punto, piano, rette, poligoni, direzione, numero, infinito, zero, elementi e composti chimici, temperatura, calore, ecc.. Il significato che più vi si avvicina ad “astrazione”è quello filosofico così come si evince dall’Enciclopedia Treccani: l’astrazione è il procedimento attraverso il quale si ottengono concetti o idee generali mediante il raffronto di più elementi particolari, isolandone le caratteristiche comuni. Accezione questa, tuttavia, in senso unidirezionale perché i risultati scientifici contraddicono il pensiero metafisico, anche se questo costituisce l’impulso atto a porre le basi di nuove teorie, con le quali la Scienza, nei suoi molteplici ambiti, mette in evidenza ciò che con il pensiero la filosofia non riesce a cogliere, in quanto priva degli strumenti di indagine adeguati che per sua natura non può avere. Il filosofo francese Alain (pseudonimo di Émile-Auguste Chartier, 1868 – 1951), nella raccolta di brevi testi Propos sur les pouvoirs – Eléments d’éthique politique  (Gallimard, 1985), sostiene che “Platon ne pense pas pour moi (Platone non pensa per me …) e che « Penser, c’est dire non. Remarquez que le signe du oui est d’un homme qui s’endort ; au contraire le réveil secoue la tête et dit non. Non à quoi ? Au monde, au tyran, au prêcheur ? Ce n’est que l’apparence. En tous ces cas-là, c’est à elle-même que la pensée dit non. Elle rompt l’heureux acquiescement. Elle se sépare d’elle-même. Elle combat contre elle-même. Il n’y a pas au monde d’autre combat. Ce qui fait que le monde me trompe par ses perspectives, ses brouillards, ses chocs détournés, c’est que je consens, c’est que je ne cherche pas autre chose. Et ce qui fait que le tyran est maître de moi, c’est que je respecte au lieu d’examiner. Même une doctrine vraie, elle tombe au faux par cette somnolence. C’est par croire que les hommes sont esclaves. Réfléchir, c’est nier ce que l’on croit. Qui croit ne sait même plus ce qu’il croit. Qui se contente de sa pensée ne pense plus rien». (Pensare è dire di no. Si noti che il segno è di un uomo che si addormenta; invece quando si sveglia egli scuote la testa e dice di no. No a cosa? Al mondo, al tiranno, al predicatore? È solo l’apparenza. In tutti questi casi, il pensiero dice di no a se stesso. Rompe la gaia accondiscendenza. Si separa da se stesso. Combatte contro se stesso. Non c’è altra battaglia al mondo. Ciò che fa sì che il mondo mi inganni con le sue prospettive, le sue nebbie, le sue scosse rotonde, è che io acconsento, che non cerco altro. E ciò che rende il tiranno padrone di me è che io rispetto invece di esaminare. Anche una vera dottrina cade nella falsità per questa sonnolenza. È credendo che gli uomini siano schiavi. Pensare è negare ciò in cui si crede. Chi crede non sa più nemmeno a quello che crede. Chi si accontenta del suo pensiero non pensa più niente). Tra pensare e credere, infatti, c’è fondamentalmente un enorme divario. Il pensiero ci porta a meditare e ad utilizzare la capacità di astrazione che permette di sviluppare e usare concetti astratti, che ci guidano per comprendere il mondo in cui viviamo attraverso le procedure scientifiche. Ad esempio, il punto in geometria, non ha dimensioni né forma pur esistendo; basti pensare ad una sfera rigida, ad esempio di vetro, che poggia sul punto di un piano orizzontale. Quel punto esiste perché, in un sistema cartesiano tridimensionale, ha tre coordinate (x,y,z), ma lo dobbiamo “pensare”, appunto, senza forma né dimensioni secondo i dettami della geometria euclidea, altrimenti non si potrebbe procedere. Il credere, invece, è ritenere vera o falsa una cosa, una vicenda, una situazione, una convinzione, ecc. senza creare alcun procedimento.Pensiamo, ora, alla massa di un corpo corrispondente che, in fisica classica, è definita come la quantità di materia che lo costituisce e che ne è proprietà fondamentale, più precisamente essa è corrispondente all’inerzia di quel corpo, cioè alla resistenza che questo oppone alla variazione del suo stato di quiete o di moto. Con l’avvento della fisica quantistica (che studia il livello di realtà dell’infinitamente piccolo) e quindi del Modello standard – teoria confermata sperimentalmente per la descrizione delle particelle elementari, tra cui il famoso bosone di Higgs  (passato alla cronaca con il nome di particella di Dio) con l’acceleratore di particelle LHC (Large Hadron Collider) del CERN di Ginevra -, la massa non è una proprietà fondamentale delle particelle, ma una proprietà secondaria che le particelle acquisiscono nell’interazione con il vuoto, o meglio con ciò che in meccanica quantistica è considerato mare di Dirac (1930), cioè uno spazio infinito di particelle ad energia negativa.In definitiva, «È necessario ricordare come le relazioni modificano la natura di ciò che è in  relazione, così ciò che è in relazione modifica la natura della relazione» come sostiene il filosofo inglese Alfred North Whitehead (1861 – 1947) in Scienza e Filosofia (Castelvecchi, 2014).Un altro esempio che richiede una grande capacità di astrazione è offerto dalla teoria della relatività (1905) di Einstein, una nuova concezione delle relazioni che legano lo spazio e il tempo, dove tutto è evento. Gli eventi sono punti definiti nello spaziotempo da quattro coordinate (cronotopo) – tre spaziali (x,y,z) e uno temporale (t) – che continuano ad esistere sempre. Ciò ha fatto elaborare da alcuni fisici teorici l’ipotesi de “l’universo blocco” secondo cui: «lo spaziotempo è una struttura esistente da sempre al cui interno coesistono tutti gli eventi, siano essi passati, presenti o futuri … tutto ciò che è esistito nel passato esiste ancora nello spaziotempo, e lo stesso vale per ciò che esisterà in futuro … Gli eventi che chiamiamo presenti sono come gli altri, con l’unica differenza che avvengono, nello spaziotempo, dove ci troviamo anche noi. Il presente, insomma, non sarebbe altro che il luogo della nostra presenza mobile. Lo spaziotempo, dal canto suo, conterrebbe la storia integrale della realtà: al suo interno ogni evento passato, presente e futuro occuperebbe dalla notte dei tempi e per sempre un posto ben preciso. … come la pellicola di un film  … gli eventi passati e futuri sarebbero anch’essi “qui” ma “installati” altrove rispetto alla nostra posizione nell’estensione spaziotempo dell’universo. In definitiva, l’unica differenza tra l’istante presente e il resto del tempo sarebbe che il primo accoglie la nostra presenza, mentre il passato non l’accoglie più e il futuro non l’accoglie ancora …», scrive il fisico francese Étienne Klein (1958) nel saggio Filosofisica (Carocci editore@Sfere extra, 2020) .

Consone a ciò sono le intuizioni – connesse all’astrazione – dello scrittore siciliano Vitaliano Brancati (1907 – 1954), che non conosceva la teoria de “l’universo blocco”, presenti nel suo ultimo romanzo Paolo il caldo (Mondadori, 2001): «Ho l’impressione che quello che noi chiamiamo presente sia la coscienza che abbiamo di uno spazio limitato della realtà. La realtà è smisurata, immobile ed eterna. Noi passiamo, come i ciechi, la punta del dito sulla riga dei fatti e ogni volta che ne percepiamo uno, diciamo che sta accadendo. Ho l’impressione che la mia futura giovinezza, la mia maturità, la mia vecchiezza e la mia morte esistano già e da sempre, e che io me ne vada accorgendo progressivamente. La successione del tempo è l’incapacità di raccogliere tutto in un solo sguardo: la realtà penetra a goccia a goccia nel nostro essere. … Se vogliamo attribuire alle cose un’esistenza al di fuori di noi, il passato dovrebbe ritrovarsi nel mondo vivo e reale come il presente, poiché il presente non sarebbe altro che il momento in cui noi investiamo le cose con la nostra coscienza». E circa venti secoli prima il filosofo stoico romano Seneca aveva scritto, in La brevità della vita (Einaudi, 2013) che il passato è quella parte  della nostra vita «che sfugge al dominio del fato … . Non può essere modificata né può venirci sottratta; il suo possesso è perenne e inalterabile». Tutto ciò potrebbe far riflettere sul fatto che l’evolversi del pensiero scientifico voglia necessariamente dimostrare quel che l’essenza umana riesce a cogliere sensibilmente al di là della dimensione spaziotempo con  lo scopo fondamentale di discernere il vero dal falso.

Francesco Giuliano


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Giuliano Francesco, siciliano d’origine ma latinense d’adozione, ha una laurea magistrale in Chimica conseguita all’Università di Catania dopo la maturità classica presso il Liceo Gorgia di Lentini. Già docente di Chimica e Tecnologie Chimiche negli istituti statali, Supervisore di tirocinio e docente a contratto di Didattica della chimica presso la SSIS dell’Università RomaTre, cogliendo i “difetti” della scuola italiana, si fa fautore della Terza cultura, movimento internazionale che tende ad unificare la cultura umanistica con quella scientifica. È autore di diversi romanzi: I sassi di Kasmenai (Ed. Il foglio,2008), Come fumo nell’aria (Prospettiva ed.,2010), Il cercatore di tramonti (Ed. Il foglio,2011), L’intrepido alchimista (romanzo storico - Sensoinverso ed.,2014), Sulle ali dell’immaginazione (NarrativAracne, 2016, per il quale ottiene il Premio Internazionale Magna Grecia 2017), La ricerca (NarrativAracne – ContempoRagni,2018), Sul sentiero dell’origano selvatico (NarrativAracne – Ragno Riflesso, 2020). È anche autore di libri di poesie: M’accorsi d’amarti (2014), Quando bellezza m’appare (2015), Ragione e Sentimento (2016), Voglio lasciare traccia (2017), Tra albori e crepuscoli (2018), Parlar vorrei con te (2019), Migra il pensiero mio (2020), selezionati ed editi tutti dalla Libreria Editrice Urso. Pubblica recensioni di film e articoli scientifici in riviste cartacee CnS-La Chimica nella Scuola (SCI), in la Chimica e l’Industria (SCI) e in Scienze e Ricerche (A. I. L.). Membro del Comitato Scientifico del Primo Premio Nazionale di Editoria Universitaria, è anche componente della Giuria di Sala del Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica 2018 e 2019/Giacarlo Dosi. Ha ricevuto il Premio Internazionale Magna Grecia 2017 (Letteratura scientifica) per il romanzo Sulle ali dell’immaginazione, Aracne – NarrativAracne (2016).