Le opere di Giotto

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Gli affreschi di Assisi

Giotto si avvicinò a san Francesco con penetrante chia­rezza, senza turbamenti mistici o apocalittici, e nel santo es­senzialmente vide l’uomo.                                                                              Cesare Brandi

Per il giovane pittore fiorentino il contatto con gli orientamenti classicisti della contemporanea pittura romana, avvenuta durante il suo soggiorno a Roma, fu molto importante per la sua formazione. In questa città secondo alcuni studiosi avrebbe studiato i monumenti e le decorazioni della classicità e conosciuto i pittori più aggiornati.

Successivamente ad Assisi, tra il 1290 e il 1295, sono state riconosciute dalla critica le prime opere giovanili, alcune Storie del Vecchio e del Nuovo Testamento. Nel fervido cantiere di Assisi Giotto ebbe modo di incontrare personalità eminenti della pittura romana e senese, di offrire i primi saggi del suo talento di artista e l’aperta manifestazione del suo genio rivoluzionario, che secondo l’illustre contemporaneo, Giovanni Boccaccio, lo portò ad essere «il miglior dipintor del mondo».

L’opera decorativa di Giotto ebbe inizio, nella zona alta della navata con gli affreschi nella Basilica superiore di Assisi, considerata una delle chiese più importanti della cristianità, dove nelle celebri Storie di S. Francesco (una serie di ventotto riquadri o scene) dimostra di essere un artista di straordinaria forza creatrice e novatrice per la chiarezza del colore, il vigore espressivo.

Giotto certamente ideò l’intero ciclo, ma per l’esecuzione si valse di collaboratori. Nelle scene dipinte dall’artista direttamente vi sono pochi personaggi essenziali, le composizioni sono chiare e ordinate in modo da dare la massima evidenza al racconto degli episodi, condensati nei loro momenti più drammatici e significativi. L’unità del ciclo è data dal rapporto costante tra lo spazio pittorico delle figurazioni e la spazialità architettonica della navata.

L’artista non pose l’accento sulla astratta personalità del personaggio. Il suo scopo era quello di delineare in senso storico la figura di Francesco e del suo movimento riformatore: lo ha rappresentato come una persona reale che si muove e agisce in uno spazio verosimile, profondo e concreto.

Il Dono del mantello, La rinuncia ai beni terreni, il Miracolo dell’assetato, la Morte del cavaliere di Celano, la Predica davanti a Papa Onorio III, l’Apparizione al Capitolo di Arles sono i soggetti di alcuni tra i più belli riquadri di questo ciclo che segna, nel percorso stilistico di Giotto, la conquista della piena padronanza della forma, intesa come sintesi di spazio e di rilievo, e dà inizio così ad una nuova tradizione figurativa.

Il dono del mantello, da parte di Francesco a un cavaliere povero, è la prima storia a essere dipinta e si svolge in un paesaggio roccioso, popolato da alberelli e da case arroccate tra le mura merlate di Assisi. Il protagonista è il santo, la cui testa è posta proprio all’incrocio di due gruppi montuosi, con l’incontro delle diagonali dove il triangolo azzurro del cielo s’incastra tra i triangoli bruni dei monti. Volti e gesti rispecchiano un nuovo linguaggio realistico, “volgare”, con nuove annotazioni di costume come berretti, drappi e abiti. L’iconografia è ispirata, come tutto il ciclo, dalla Legenda maior di san Bonaventura da Bagnoregio.

Nella scena La rinuncia dei beni paterni Giotto mostra Francesco che si spoglia dei suoi vestiti e dei suoi averi davanti al padre e a una folla sbigottita. La composizione è divisa in due gruppi: a destra vi sono il santo e il vescovo di Assisi che lo copre indicando simbolicamente la protezione della Chiesa, e alcuni religiosi; a sinistra un drappello di concittadini furiosi capeggiati dal padre che sta per scagliarsi contro il figlio ed è trattenuto da una figura con la veste rossa. Tra i due gruppi vi è uno spazio vuoto in cui spiccano le mani giunte in preghiera del giovane protese verso il cielo, ove appare la mano di Dio.

L’affresco Il miracolo della fonte è una delle scene più suggestive del ciclo dove la capacità di dare consistenza reale ai corpi appare con estremo vigore espressivo. L’assetato, per quale il santo ha invocato il miracolo, si slancia verso l’acqua semisdraiato, per bere, mentre i frati dietro l’asino si scambiano uno sguardo interrogativo. La figura dell’assetato è stata resa famosa dalla definizione di Giorgio Vasari: «l’assetato nel quale si vede vivo il desiderio dell’acque».

In questo riquadro i corpi hanno una grande naturalezza; sotto la veste scura dell’assetato si intravedono lo sforzo della muscolatura e l’anatomia; il polpaccio, che la tunica lascia scoperto, mostra il tendersi del muscolo, mentre il piede, calzato di nero, ha una forte presa sul suolo. Anche il corpo di Francesco è robusto; mai si era visto un santo così terreno diverso dagli altri personaggi per l’aureola dorata che gli circonda la testa.

Nella parte inferiore della navata della Basilica e nella controfacciata Giotto affrescò, con molti altri collaboratori, la serie della Leggenda di San Francesco che, iniziata nel 1296, fu interrotta alla venticinquesima storia nel 1300 quando l’artista fu chiamato a Roma dal papa Bonifacio VIII in occasione del giubileo.

Nel rappresentare la leggenda francescana Giotto partì da una concezione del santo non come asceta bensì come battagliero campione della chiesa consapevole del suo importante e decisivo  ruolo storico. La narrazione figurativa giottesca si ispirò a una schietta e commossa naturalezza e alla volontà di accordare la complessa varietà dei moduli compositivi, l’aspra plasticità dei personaggi rappresentati e la costruzione dinamica  degli spazi.

 


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