L’Italia svolge un ruolo di primo piano, nella lotta ai detriti spaziali

                        

 

 

 

 

 

di Sergio Salvatori

In orbita intorno alla Terra ci sono tantissimi frammenti generati da antiche collisioni e più di quindicimila satelliti e milioni di rottami di varie dimensioni. In prima fila per la sostenibilità futura c’è l’Italia e l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), istituita nel 1998, è un ente pubblico nazionale con il compito di preparare e attuare la politica spaziale italiana in accordo con le linee guida del Governo.

L’Agenzia si è affermata come uno dei più importanti attori mondiali sulla scena della scienza spaziale, delle tecnologie satellitari, dello sviluppo  di mezzi per raggiungere ed esplorare il cosmo. L’ASI ha oggi un ruolo di primo piano tanto a livello europeo quanto a livello mondiale. E’ storia: quando l’Unione Sovietica lanciò con successo lo Sputnik 1, il primo satellite artificiale ad orbitare intorno alla Terra, era il 4 marzo 1957. Successivamente, dal 1968 attraverso settemila lanci riusciti, oltre ventiduemila satelliti sono stati mandati nello spazio. Di tutti questi satelliti, più di due quinti si trovano ancora nello spazio circumterrestre (spazio intorno alla Terra), causando un ingorgo delle orbite più richieste, un effetto collaterale dell’economia spaziale, che negli ultimi anni ha portato il nostro pianeta ad essere circondato da migliaia di satelliti  che dallo spazio forniscono oggi servizi di telecomunicazioni  e navigazione, oltre a monitorare la superficie e l’atmosfera terrestre.

Un’improvvisa crescita esponenziale che dal 2015 al 2023 ha portato a duemila e seicento lanci, in altre parole più di dieci volte maggiore del periodo precedente. Spiega Marco Maria Castronuovo, Responsabile dell’Ufficio Osservazione  e Sorveglianza di ASI: “Crescono i rischi di collisioni satellitari  Man mano che si lanciano più satelliti in orbita, aumenta la necessità di un sistema più avanzato per gestire il nostro traffico spaziale. In particolare ci sono due regioni orbitali che presentano un grande ingorgo. La regione Leo, in altre parole le orbite basse che si trovano tra le 300 e i 1000 km di quota, e l’orbita Geo, quella geostazionaria, che è unica sia come quota, a 35.786 km, sia come proprietà: un satellite in orbita geostazionaria è visto da un osservatore a terra come fisso nel cielo, proprio perché gira alla stessa velocità  angolare della Terra; e su questo anello a 35.000 km tutti i satelliti sono posti in fila uno dietro l’altro”. Oggi come oggi dei quindicimila satelliti in orbita, solo undicimila sono ancora operativi, gli altri sono fuori servizio, fuori controllo, impossibili da manovrare dalla Terra perché privi di propellente. All’ingorgo delle orbite Leo e Geo si aggiunge un’altra criticità, un numero sempre maggiore di collisioni tra satelliti a fortissime velocità, che generano ulteriore  nuvole di detriti, frammenti spaziali (space debris), che possono a loro volta colpire e distruggere altri satelliti, alimentando in questo modo incidenti a catena.

Il rischio è la cosiddetta Sindrome di Kessler, uno scenario in cui la Terra è circondata da una miriade di rottami che subiscono una collisione dopo l’altra con un incremento esponenziale dei detriti che intrappolerebbero la Terra rendendo impossibile l’esplorazione spaziale e l’uso stesso di satelliti. Lo spazio intorno alla Terra è limitato e in questo momento non ci sono normative che regolano l’occupazione delle orbite. Speriamo che sia l’ASI, sia l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari dello spazio extra-atmosferico siano solerti per aggiornare le normative vigenti.


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