Viaggio nell’arte del Secondo Novecento

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Arte Informale

Nel sacco trovo quella perfetta aderenza tra tono, materia e idea che nel colore sarebbe impossibile.

Alberto Burri

Il termine Art Informale è stato usato per la prima volta nel 1946 dal pittore francese Jean Dubuffet per indicare una corrente della pittura contemporanea, affermatasi nel continente europeo e negli Stati Uniti, che tendeva a rappresentare il reale al di fuori di ogni ordine logico di spazio e di composizione.

Con l’Arte informale i mezzi tradizionali di espressione, linea, forma, colore e figura, perdono il loro significato e vengono aboliti gli strumenti della pittura tradizionale: tavolozza, pennelli e cavalletto che limitano la spontaneità creativa dell’artista.

Artisti fra loro diversi, come Wols (pseudonimo di Wolfgang Schulze, 1913- 1951), Hans Hartung (1904-1989), Jean Fautrier (1898-1964), Jackson Pollock (1912-1956), Jean Dubuffet  (1901-1985), Antoni Tàpies (1923-2012), Georges Mathieu (1921-2012), Alberto Burri (1915-1995), Lucio Fontana (1899-1968), Giuseppe Capogrossi (1900-1972), Emilio Vedova (1919-2006), sono stati i creatori del linguaggio pittorico informale, le cui profonde radici sono rintracciabili, soprattutto in Europa, nelle esperienze espressioniste e surrealiste della filosofia dell’esistenzialismo e della fenomenologia, e in uno stato di malessere e di angosciosa inquietudine.

Gli artisti informali hanno svalutato gli strumenti espressivi tradizionali (forma e colore) e hanno esaltato l’improvvisazione e la rapidità di esecuzione. Nelle loro opere ciò che accomuna le ricerche informali è la negazione della “forma”, intesa come fondamento di tutta la precedente cultura pittorica, e l’esaltazione della materia su ogni altro elemento compositivo. Ai consolidati materiali delle opere se ne affiancano altri inediti quali la plastica, i vecchi sacchi di juta, la stoffa, sui quali gli artisti esercitano la loro azione per lo più guidata da segni e  gesti che possono esprimere mediante un taglio, uno strappo, la bruciatura, lo sgocciolamento dei colori (dripping).

In modo spontaneo ed istintivo, e liberi da qualsiasi condizionamento, gli artisti di questa corrente, la cui principale aspirazione è dar vita a composizioni determinate prevalentemente dall’assoluta casualità, hanno accostato linee e colori che riflettevano il loro stato d’animo. Segno, materia e gesto sono diventati protagonisti assoluti dell’esperienza artistica informale e a seconda del valore loro attribuito si parla di pittura segnica, gestuale e materica. Quello che conta è il procedimento impiegato, che ogni artista primariamente attribuisce al segno, al gesto o alla materia.

La pittura segnica si basa sull’utilizzo di segni che non hanno lo scopo di rappresentare forme e immagini della realtà ma servono soltanto a rappresentare se stessi. Il segno viene disposto o in modo ragionato sulla superficie, come nelle opere dell’artista italiano Giuseppe Capogrossi, o in maniera spontanea e istintiva, come nei dipinti del pittore tedesco Hans Hartung.

Nella pittura gestuale o d’azione, l’artista interviene sulla tela con gesti impulsivi e impetuosi e il pittore  più rappresentativo di questa «pittura d’azione» (Action painting) è lo statunitense Jackson Pollock che utilizza la tecnica del dripping, un procedimento pittorico che consiste nel versare, spruzzare o schizzare il colore liquido sulla tela distesa per terra, camminandoci anche sopra per essere “dentro” l’opera, perché per lui dipingere è un modo per entrare in contatto con la realtà individuale e universale.

Un artista italiano che rientra nella pittura gestuale è Emilio Vedova che interviene sulla tela con gesti violenti e immediati, creando grovigli di colore che riflettono in modo emotivo la realtà.

La pittura materica è quella in cui i materiali utilizzati hanno una importanza primaria. Il valore attribuito alla materia assume un ruolo significativo nelle opere di Alberto Burri e di Antoni Tàpies. Nell’artista italiano, protagonisti assoluti della sua produzione sono i materiali poveri, rozzi e grossolani: tele di sacco bucate e rammendate, legni bruciacchiati, lamiere rozzamente saldate ecc.; nell’ artista spagnolo, le opere sono monocrome, realizzate su superfici rese scabre, grumose e porose dall’impiego di materiali che si trovano in natura.

Un altro artista che ha esplorato le possibilità offerte dai materiali è Jean Dubuffet che mescola i colori a sabbia, terra e fango per ottenere una superficie pittorica spessa sulla quale intervenire con vari strumenti. Le immagini delle sue opere si rifanno alla realtà che viene interpretata in modo ingenuo e istintivo.

Anche la famosa produzione artistica (I tagli) di Lucio Fontana rientra nelle esperienze dell’arte informale, in particolare nell’indirizzo gestuale e materico. Infatti con il gesto dei tagli, l’artista interviene sulla tela, in genere monocroma, che viene bucata, tagliata e squarciata mediante l’uso di punteruoli e taglierini.

L’Arte informale nel suo complesso rappresenta, nel panorama artistico del secolo scorso, una profonda e interessante ricerca da parte degli artisti di nuove strade per esprimersi, diverse da quelle precedenti. I suggerimenti offerti dai pittori italiani e stranieri continuano, ancora ai nostri giorni, a stimolare ulteriori ricerche estetiche.

 


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