Le sorelle ritrovate, la Procura : ” Un amore malato “

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Il procuratore di Sulmona Luciano D’Angelo, ieri in tarda mattina, ha sottolineato con indignazione questo passaggio mentre ricostruiva la liberazione delle due sorelle, A. di 16 anni e S. di 12, scappate dalla struttura “Hope” di Civitella Alfedena, in provincia dell’Aquila, sedici giorni prima. E ha spiegato come quella call, intercettata alle 11,30, abbia offerto la ragionevole certezza che le due adolescenti fossero trattenute al quarto piano del palazzo Ater di Rio Fresco-Scacciagalline, a sud di Formia. «A quel punto abbiamo deciso di intervenire radunando uomini da diverse province».

Sono stati settanta, di cui nove carabinieri del Gruppo speciale, a puntare il Basso Lazio dove, «dopo decine di case controllate» gli investigatori si erano convinti della bontà dell’obiettivo. Diversi appostamenti avevano confermato i sospetti e l’edificio è stato circondato nella tarda serata. Una serata afosa. Molti residenti hanno visto il dispiegamento di forze e sono corsi in caserma a chiedere spiegazioni, ma solo dopo due ore trascorse dagli uomini più avanzati ai piani del civico 24, scala M, la porta individuata si è aperta. Dietro, un’anziana signora di 80 anni, Maria Sofia Di Russo, «una zia acquisita della madre, Valentina D’Acunto». I carabinieri sono entrati e hanno avuto subito conferma dalla stessa signora: «Sono di là». A. e S. erano in una stanza in disordine, la porta chiusa, le serrande abbassate. Guardavano la tv.

Il procuratore: “Erano pulite e ben vestite”
Racconta il procuratore: «Erano in buone condizioni, pulite, nutrite, certo, spaventate». Non dai carabinieri, «in generale dagli adulti, tutti, che, nella breve vita delle due adolescenti, non si sono mai occupati di loro». Le sorelle sono rimaste un’ora nella cameretta, non è stato facile convincerle a uscire, in particolare la più piccola che, rispetto alle ultime fotografie conosciute, non portava più gli occhiali. D’Angelo non ha smentito che le figlie abbiano detto «vogliamo restare con la mamma» e ha aggiunto: «Non erano contente di vederci». A causa, ha spiegato, «di una lunga catena di comportamenti della genitrice». Sono riportati nella sentenza del Tribunale di Cassino che il 28 maggio ha definito la donna «una manipolatrice».

No, questa non è una storia di criminalità, «ma di un amore genitoriale malato, con una madre e un padre incapaci di fare qualcosa per i loro figli in modo disinteressato». Tuttavia, e i carabinieri lo confermano, l’organizzazione del piano è stato complesso, «prodotto da un nucleo non certo sprovveduto». La rete di complicità dell’ampio blocco familiare sparso tra Minturno, Formia e Gaeta è più ampia della madre Valentina, del suo compagno Vincenzo Esposito e del padre di lei, Marco D’Acunto, tutti in carcere con l’accusa di sequestro di persona e le ulteriori aggravanti della minore età dei sequestrati e la loro vulnerabilità (prevede pene fino a 13 anni).

Nella ricostruzione di queste ultime due settimane, che affondano le loro radici nel rapporto antagonistico tra papà Stefano Di Giacinto e mamma Valentina D’Acunto, separati da otto anni, divorziati da sei, viene ribadito che alle due del mattino del 7 giugno scorso le due adolescenti sono uscite «volontariamente» da una porta-finestra della struttura protetta, la chiusura era rotta. Hanno fatto trecento metri del corso in salita e si sono allontanate con il nonno e il compagno di mamma. In auto. Un viaggio di tre ore le ha portate dalla provincia dell’Aquila al Basso Lazio, dove sono state ricevute dall’anziana Maria Sofia e portate nella cameretta, «da dove non potevano muoversi se non per mangiare». C’è stata, certo, un’organizzazione per gestire la sparizione delle minori: dieci Sim acquistate a Napoli da un pachistano, per esempio. Tre sono state date alla madre, a una figlia (aveva un cellulare a disposizione, nascosto nel cartone di un panettone), a un parente. «Le abbiamo presto intercettate». Il decreto di fermo parla del pericolo di fuga dei tre arrestati, deducendolo dalle «numerose attività di depistaggio».

Sono ancora disponibili sette delle dieci schede «abusivamente acquistate»: si continua a indagare «sul complesso albero genealogico» per dimostrare altre complicità «a un disegno amoroso malato». In qualche modo la madre «ha imposto» alla parente, «che non vedeva da 13 anni», la presenza delle figlie, «e poi il nonno Mario ha consegnato il pacco». Le sei ore di interrogatorio del fidanzato Youssef, ancora innamorato della più grande, sono state definite «inutili», così come «non abbiamo ricevuto l’aiuto di nessuno tra i parenti e gli amici della famiglia D’Acunto». Ancora il procuratore: «Siamo partiti dalla causa di divorzio per capire questa storia, che ha portato entrambi i coniugi a perdere la responsabilità genitoriale, poi restituita solo al padre. Ora, vi prego, dimenticate le bambine». Sono in una struttura provvisoria, individuata dal sindaco di Formia.

( Fonte La Repubblica )


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