La pittura è libertà raggiunta, costantemente consolidata, difesa con prudenza così da trarne la forza per dipingere di più. Alberto Burri
Il pittore e scultore Alberto Burri, nato nel 1915 in Umbria, a Città di Castello e morto in Francia a Nizza, nel 1995, è considerato, da numerosi storici e critici d’arte, uno dei più grandi artisti del XX secolo. Esponente dell’Arte Informale, le sue opere sono esposte in alcuni fra i più importanti musei del mondo.
Questi essenziali dati anagrafici sono utili per inquadrare nel tempo alcuni importanti eventi della sua vita. Si laurea in medicina a Perugia nel 1940 e dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, nel 1943, è medico militare in Tunisia, in Africa, da dove, fatto prigioniero dagli americani, viene trasferito nel campo di prigionia di Hererford, nel Texas. In questa località ha il tempo per dipingere e dopo il ritorno in patria, abbandona la professione di medico e, trasferitosi a Roma, si dedica completamente all’arte pittorica.
Nel 1947, alla sua prima mostra personale romana, presenta paesaggi, alcuni ritratti e nature morte immerse in visioni fantastiche. Nei due anni successivi si dedica alla composizione non figurativa e incomincia a sperimentare l’uso di nuovi materiali, inconsueti per la scena artistica italiana del tempo, come terra, sabbia, catrame, legno bruciato, ferro saldato, pomice, plastica bruciata o trasparente, lamiere metalliche, sacchi di juta rammendati, stracci e altro. Il fine ultimo della sua pittura materica con le masse, le linee e i colori sono gli stessi materiali prescelti.
L’arte di Burri, culturalmente informale, che utilizza oltre i colori e altre materie, si ricollega al “collage” cubista e postcubista. Dal punto di vista stilistico il fatto più importante della sua pittura è la gradazione luminosa dei colori capace di creare, per se stessa, strutture spaziali.
Insieme a Giuseppe Capogrossi, Mario Ballocco, Afro Libio Basaldella, Enrico Prampolini ed Ettore Colla, nel 1950 Alberto Burri fonda il gruppo artistico Origine che proponeva, all’interno del dibattito tra formalisti e realisti, un’arte fatta essenzialmente di forme e colori e rifiutava ogni orpello decorativo. Il loro fine era quello di proseguire le ricerche nell’ambito dell’Astrattismo informale, cercando uno stile rigoroso e puro da ogni cedimento decorativo.
In questo periodo inizia a realizzare le sue composizioni preferite, i Sacchi con tele di juta consumate dall’uso e dal tempo, ricucite e ricomposte, che recano tracce della loro storia precedente. Per Burri qualunque oggetto, naturale e/o artificiale, può servire per l’arte, anche quelli considerati umili, più poveri, di scarto e dei rifiuti.
Alberto Burri interviene con sbrindellature, squarci e ricuciture su questi oggetti, lacerandoli e poi ricucendoli, sventrandoli e poi ricomponendoli, per vedere i nuovi effetti che ne scaturiscono. Il risultato è a metà strada tra la pittura e la scultura, in quanto sfrutta le tre dimensioni e i particolari effetti della luce. In primo piano è soprattutto il gesto dell’agire artistico, che comunica allo spettatore idee ed emozioni che l’artista vuole trasferire sulla tela.
La ricca ed elegante produzione artistica di Burri si realizza in vari cicli denominati Sacchi (1949-1950), Catrami, (1950), Neri (1952), Grandi Sacchi (1952), Muffe (1950-1953), Gobbi (1950-1955), Combustioni (1954-1955), Ferri (1958), Legni (1959), Plastiche, Cretti (1960) e Cellotex (forme geometriche semplici dalla superficie ondulata, monocromatiche in nero).
Alberto Burri, apprezzato in Italia fin dalla sua partecipazione alla Biennale di Venezia del 1952, ha esposto in numerose mostre antologiche in Europa e negli Stati Uniti. Alcune sue sculture sono state esposte alla V edizione di Documenta a Kassel, agli Orti di Firenze e al Sestante di Venezia.
Negli anni Cinquanta l’artista umbro, figura centrale e di assoluta originalità nell’ambito dell’arte informale, ha avuto un grande successo internazionale principalmente negli Stati Uniti, fin dal 1953, anno della sua prima esposizione a Chicago, seguita da partecipazioni a importanti collettive al MoMa di New York e a San Francisco.
Negli anni Sessanta ha proseguito la sua ricerca personale sulle potenzialità espressive dei materiali comuni industriali iniziando la serie dei Cretti (crepe, fenditure nell’intonaco del muto), dove una superficie omogenea di bianco di zinco è mischiata con colle che, asciugandosi, spaccano la superficie, creando un effetto simile a quello del terreno fangoso, carico di energia latente.
L’indicata serie trova il suo naturale compimento nel Cretto-Sarcofago, imponente opera di cemento (1985-1994) con la quale Burri ricopre le rovine della terremotata cittadina di Gibellina (trasformata oggi in museo dagli interventi di diversi artisti). Questa opera che sfocia nell’ambito della Land Art è caratterizzata dall’intervento diretto dell’artista sul territorio naturale.
Nel dicembre del 1981 è stato aperto al pubblico a Città di Castello il palazzo Albizzini con una collezione di opere donate dall’artista alla sua città natale. Dal 1990 gli enormi capannoni degli ex Seccatori del Tabacco hanno accolto i lavori degli ultimi decenni che lo stesso artista ha allestito negli ambienti espositivi. Nel 1991 due mostre gli sono state dedicate dalla Pinacoteca Nazionale di Bologna e dal Museo arte contemporanea del Castello di Rivoli.
Ha scritto il critico d’arte Gillo Dorfles che: «Burri costituisce uno degli esempi più significativi dell’arte italiana alla metà del secolo (scorso); di un’arte che ha lasciato dietro di sé la “bella pittura” del postimpressionismo e del postcubismo, che ha abbandonato il medium tradizionale del colore ad olio, che ha cercato attraverso nuovi materiali di raggiungere l’incarnarsi di nuove immagini».
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