I nostri politici si dividono in tre categorie: la categoria di quelli che presumono di essere infallibili, la categoria di quelli che credono nella fallibilità della ragione e, infine, quella di coloro che si lasciano trascinare dagli uni o dagli altri sulla base della convenienza del momento. Tralasciando quest’ultima che può fare pendere la bilancia da una parte o dall’altra, la categoria degli infallibili è composta da individui che hanno la presunzione di conoscere le “leggi naturali” che tracciano il solco della storia umana, sempre che queste “leggi” esistano, e, in base a tali “leggi”, ritengono che le azioni e i piani avviati siano “oggettivamente giusti”. Tali politici assumono un “atteggiamento politico demagogico che ha come unico scopo quello di accattivarsi il favore del popolo”.
Purtroppo, la storia non ha fondamento scientifico per cui è avulsa dal determinismo laplaciano, in quanto non si possono prevedere neppure gli sviluppi della conoscenza che sono in continuo cambiamento e ampliamento. Da ciò deriva che ogni piano politico, intrapreso nel tempo presente, è soggetto all’imprevedibilità perché su di esso influiscono diversi fattori, di cui non si conosce la natura o non se ne conoscono i principi modificanti.
È anche vero cha alcuni principi della scienza possono applicarsi al sistema politico, il “principio dell’equilibrio mobile”, infatti, sancisce che “se ad un sistema chimico (reazione chimica) in equilibrio viene apportato dall’esterno una variazione ad uno dei fattori che lo ‘governano’, il sistema viene perturbato e tende a controbilanciare la variazione apportata al fine di ripristinare l’equilibrio”.
Tenendo conto di ciò, se si interviene a modificare la corrispondente forma di equilibrio su cui si fonda il sistema politico (nel caso specifico la Costituzione italiana), si crea uno stato di perturbazione che ha riflessi sull’equilibrio interno con risvolti imprevedibili (!). O, anche, alcuni principi della logica potrebbero essere utilizzati dal sistema politico, come il “principio di complementare contraddittorietà”, meglio conosciuto come “principio di esplosione”, secondo il quale risultano “vere un’affermazione e la sua negazione!”, cioè, come si diceva in latino, “ex falso (sequitur) quod libet” ovvero “dal falso (segue) una qualsiasi cosa a piacere”. Un principio questo, come si comprende facilmente, caratterizzato da una grande imprevedibilità perché un’affermazione vera potrà essere negata e tale negazione risulta anch’essa vera. E ciò non è quello che avvierne attualmente?
Da questi principi deriva, dunque, che sia nell’uno che nell’altro caso i rischi a cui si potrà andare incontro sono molto seri perché sarà imprevedibile il risultato finale.
Allora, sulla base di quanto detto, è preferibile affidarsi alla schiera dei politici che credono nella fallibilità della ragione, nel senso popperiano, che si pongono cioè in modo dialettico nei confronti della realtà in quanto non esistono principi validi a priori. Costoro assumono un atteggiamento razionale che consiste nella critica delle teorie e nella ricerca della loro “fallibilità”.
Nei confronti dei cinque quesiti referendari dell’8/9 giugno p.v. dobbiamo affidarci ai politici “infallibili”, che pensano di potere gestire il futuro con certezza e con competenza, oppure dare credito ai politici, assieme a sindacati e varie associazioni “razionali fallibili”, che si pongono in modo critico nei confronti delle modifiche apportate alla legge sul lavoro e suggeriscono di lasciare le cose come stanno votando “no”?
Francesco Giuliano
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