Dopo ventotto anni ancora nessuna giustizia per Don Cesare Boschin.

83

Un uomo, una donna, forse due uomini, chissà come è andata, nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1995. Si apriva, forse si scassinava il portoncino (non si è mai capito). Giunti al piano si re-cavano nella cameretta di Don Boschin. Non sappiamo cos’è successo, se hanno parlato, se Don Cesare era sveglio oppure dormiva, sappiamo che è stato legato ai piedi e alle mani imbavagliato e la dentiera caduta nella gola gli ha provocato un’asfissia. È stato ritrovato la mattina del 30 marzo 1995 dalla signora Franca, che come ogni mattina andava ad accudirlo e pulire le stanze della ca-nonica. Aveva il corpo pieno di lividi e la mascella fratturata. La sua agonia deve essere durata dai sei agli otto minuti di sofferenza atroce. Una morte dolorosa, crudele, sadica. Una morte che sa di punizione.
Basta questo per catalogarla come omicidio volontario, invece è stata catalogata come morte accidentale, non voluta. Le autorità competenti, hanno ritenuto che sarebbe bastato un esame au-toptico, anziché una doverosa autopsia.
L’autopsia (o esame post mortem) serve ad accertare, per quanto possibile, le cause, le modalità e i mezzi che hanno determinato il decesso. Con l’esame autoptico, in pratica, si cerca di risalire alle cause della morte mediante una sorta di indagine sulla salma.
Gli autori di questo terribile delitto non hanno compiuto una rapina, non sono stati prelevati soldi, sono soltanto sparite due tre agende.
Perché una mascella fratturata e un corpo pieno di lividi non sono bastati per far si che fosse disposta l’autopsia. Cosa volevano sapere gli autori dell’omicidio da Don Boschin? Perché tutta questa rabbia, questa cattiveria su un uomo moribondo, malato di tumore allo stato terminale? Forse non sapremo mai cosa chiesero a Don Cesare, perché l’incaprettamento? È sicuro che l’omicidio è stato commesso da professionisti con profonde conoscenze delle dinamiche criminali.
Don Cesare non avrà mai giustizia, a meno di un miracolo, perché dopo aver dato la vita, per una vita al Borgo è stato lasciato solo a morire. Forse si porta nella tomba segreti inimmaginabi-li, nessuno ha voluto davvero trovare il colpevole, sin dal primo momento, come se si avesse la sen-sazione di un fastidio da rimuovere al più presto. È incredibile come chiunque aveva un interesse, (ha fatto di tutto di tutto per depistare, che non si arrivasse mai alla verità.
Basta leggere i lavori delle commissioni bicamerale unificate di Camera e Senato sui rifiuti della XVI e XVII legislatura (presidenti Pecorella e Bratti) per avere un quadro molto chiaro su quello che è successo a Borgo Montello e nel sito della discarica di Borgo Montello dal 1975 al 2016, anno in cui Damiano Coletta ha chiuso il sito di Borgo Montello.
Rimane il rammarico che Don Cesare non abbia mai avuto giustizia, rimane il rammarico che la comunità abbia rimosso una pagina dolorosissima, forse per ignavia collettiva, non volendo percepire che dietro quel brutale e sadico assassinio si sia nascosta la legittima paura, che ha solo giovato a coloro che volevano farlo tacere.
Far finta di nulla, di come niente fosse successo, è il peggiore affronto che questa comunità ha subito, un affronto che rimarrà indelebile. Chiunque dotato di un solo barlume di luce e di in-telligenza, non può non domandarsi perché un monsignore, della parrocchia più storica dell’intero Agro Pontino, sia stato barbaramente picchiato, umiliato e ucciso, come il peggiore dei criminali. Un’assurda resa dei conti, non è normale che questo o questi assassini girino indisturbati o dormano con i propri cari. È normale che nessuno senta il dovere morale di chiedere conto all’autorità di allora di questa eccessiva esigenza di chiudere frettolosamente le indagini?


News-24.it è una testata giornalistica indipendente che non riceve alcun finanziamento pubblico. Se ti piace il nostro lavoro e vuoi aiutarci nella nostra missione puoi offrici un caffè facendo una donazione, te ne saremo estremamente grati.



Articolo precedenteL’angolo delle curiosità artistiche
Articolo successivoTierra Madre di Guido Sancilio: l’armonia tra pietra viva e nudità femminile
Paolo Iannuccelli è nato a Correggio, provincia di Reggio Emilia, il 2 ottobre 1953, risiede a Nettuno, dopo aver vissuto per oltre cinquant'anni a Latina. Attualmente si occupa di editoria, comunicazione e sport. Una parte fondamentale e importante della sua vita è dedicata allo sport, nelle vesti di atleta, allenatore, dirigente, giornalista, organizzatore, promoter, consulente, nella pallacanestro. In carriera ha vinto sette campionati da coach, sette da presidente. Ha svolto attività di volontariato in strutture ospitanti persone in difficoltà, cercando di aiutare sempre deboli e oppressi. É membro del Panathlon Club International, del Lions Club Terre Pontine e della Unione Nazionale Veterani dello Sport. Nel basket è stato allievo di Asa Nikolic, il più grande allenatore europeo di tutti i tempi. Nel giornalismo sportivo è stato seguito da Aldo Giordani, storico telecronista Rai, fondatore e direttore della rivista Superbasket. Attualmente è presidente della Associazione Basket Latina 1968. Ha collaborato con testate giornalistiche locali e nazionali, pubblicato libri tecnici di basket e di storia, costumi e tradizioni locali Ama profondamente Latina e Ponza, la patria del cuore.