Titolo: Furore
Regia: Massimo Popolizio
Soggetto: Furore (di John Steinbeck)
Progetto: Massimo Popolizio
Adattamento: Emanuele Trevi
Musiche: Giovanni Lo Cascio (batterista)
Foto: Federico Massimiliano Mozzano
Cast: Massimo Popolizio
Al Teatro Argentina di Roma dal 18 al 30 maggio, con l’adattamento di Emanuele Trevi, è stato declamato Furore (1939), il romanzo di John Steinbeck (Premio Nobel per la letteratura 1962), da un poliedrico attore, qual è Massimo Popolizio.
Un racconto memorabile e avvincente della sciagura storica avvenuta negli Stati Uniti d’America dopo la crisi agricola a decorrere dal 1931 che ebbe gravissime ripercussioni per quella economica e sociale del 1929. Una crisi che comportò miseria, disoccupazione, fame, ma soprattutto migrazione dal Midwest verso ovest, lungo la Route 66, verso la California con l’illusione di trovare la terra promessa, dove, scrive Steinbeck: hanno bisogno di manodopera, il clima è ottimo, non fa mai freddo, basta allungare il braccio per cogliere un’arancia. Un illusione come quella che, oggi, porta moltitudini di migranti a spostarsi nei paesi più ricchi a causa della povertà o per sfuggire alleguerre. Un tema di grande attualità quello della migrazione che negli ultimi anni sta interessando sia gli USA dove arrivano masse di derelitti provenienti dal sudamerica, sia i Paesi europei dove giungono genti dell’Africa centrale o dell’Asia sud-occidentale, per sfuggire alla morte o alla fame.
Quelli del Midwest erano migranti bianchi costretti a lasciare casa e terreni, espropriati dalle banche, perché divenuti improduttivi a causa delle continue tempeste di sabbia che avevano colpito alcuni Stati. In California, tuttavia, quei migranti ebbero una grande delusione perché vi trovarono solo sfruttamento, miseria, fame, paura e disperazione. Null’altro. E non sarebbe mai venuta la fine finché la paura si fosse tramutata in furore. Quelli erano i miserabili che portavano sulle loro spalle, sui loro volti, sulla loro espressione la miseria come se fosse una vergogna. E gli occhi dei poveri riflettono, con la tristezza della sconfitta, un crescente furore. Nei cuori degli umili maturano i frutti del furore e savvicina l’epoca della vendemmia – scriveva Steinbeck. Un ritornello che oggi si ripete, come quando si stornella una canzone triste, e che traccia la linea di demarcazione tra fame e furore che è sottile come un capello, perché è la miseria che fa diventare cattivi.
Lo spettacolo Furore trasmette tutto questo descrivendo le sventure della famiglia Joad, una delle tante, grazie alla musica del percussionista Giovanni Lo Cascio, armonicamente adeguata alla coinvolgente declamazione di Popolizio dai toni e timbri vocali variabili e perfettamente sintonici, ora pacati, ora squillanti, ora gravi, ora acuti, che chiedono attenzione e suscitano emotività con grande efficacia e rendono credibile, memorabile e indimenticabile l’interpretazione netta e precisa di una tragedia che non ha ancora superato temporalmente il secolo di vita, ma che si ripete ciclicamente nel mondo con intensità ogni volta maggiore.
Tutto, nel lungo racconto di Popolizio durato circa ottanta minuti, sembra prendere vita con i contorni più esatti e la forza d’urto di una verità pronunciata con esattezza e compassione.Verità che, purtroppo, si ripete con tutta la sua forza prorompente la cui soluzione non vede ancora l’alba di un nuovo giorno.
Francesco Giuliano
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