Il soffio del vento: Atene

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Atene

Sono un cittadino, non di Atene o della Grecia, ma del mondo
Socrate

         Dire Atene per molti di noi “occidentali” significa, di primo acchito, abbinare questo nome al Partenone, al tempio greco posto sull’Acropoli, all’idea della polis, a Pericle, all’uomo politico che nel V secolo a.C., inventò la democrazia ateniese.

Come non ricordare alcune parole del Discorso di Pericle pronunciate davanti agli ateniesi nel 461 a.C.: «Qui ad Atene noi facciamo così. Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi, e per questo viene chiamato democrazia. Qui ad Atene noi facciamo così. Le leggi qui assicurano una giustizia uguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza».

Atene ci fa venire in mente anche l’agorà, la piazza delle antiche città greche in cui si teneva l’assemblea dei cittadini o il mercato, il luogo dove si radunava il popolo. L’antica agorà era lo spazio fisico e simbolico in cui la libertà individuale poteva diventare impegno collettivo, territorio nel quale l’individuo poteva diventare comunità e si componevano gli interessi generali.

Per associazione di idee Atene ci fa venire in mente anche Omero, il “padre dell’occidente”, il cieco aedo, cantore incomparabile di dei e di eroi, della tenerezza di Ettore per il figlioletto Ascanio, come della furia vendicativa di Achille. Ma anche di Ulisse l’astuto guerriero, il primo personaggio della letteratura occidentale e, forse, della letteratura universale, che ha trovato il modo per espugnare la città di Troia.

Inoltre all’antica Atene si accosta la nascita della filosofia greca di Socrate, Platone e Aristotele, personaggi che nel periodo della nostra formazione scolastica e umana abbiamo imparato a conoscere, a studiare, a farci guidare nel nostro cammino esistenziale.

Abbiamo appreso che i primi filosofi, fino a Socrate, esercitavano la loro attività all’aperto, nell’agorà. Socrate amava la piazza e andava in giro a fare domande anche imbarazzanti, spiazzanti perché il filosofo faceva vedere i presupposti celati del suo insegnamento e li faceva emergere. In seguito con Platone i filosofi si andarono a chiudere nell’Accademia e poi con Aristotele nel Ginnasium.

 

 

 

 

 


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