Mai più senza maestri

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I veri maestri non hanno bisogno di darsi le arie di maestri. Lo sono, e basta.                                                                                               Carl Seelig

Un’originale introduzione, dal titolo “Atto di contrizione”, contraddistingue l’ultimo libro di Gustavo Zagrebelsky,  Mai più senza maestri  (Editore Il Mulino). In questa curiosa nota iniziale, densa di interessanti riflessioni, l’autore con maestria argomentativa e con raffinati riferimenti a scrittori  classici dell’antichità, mette in risalto come questa nostra “epoca attivistica e antintellettualistica ” sia contraria e dispregiativa nei riguardi della figura degli intellettuali, dei maestri  perché ritenuti inutili, superflui e forse nocivi, e anche moralisti e arroganti, elitari  e antipopolari, narcisisti e sterili.

Nella nostra società il maestro sembra essere una figura anacronistica, inutile, un relitto, un ingombro alla libertà e all’uguaglianza Oggi sembrano prevalere gli esperti, i tecnici valorizzati e protetti e non i maestri che vengono ignorati, non ben visti e resi innocui.

Il tema centrale del saggio riguarda i maestri, persone spesso disprezzate nel corso della storia e anche nel nostro tempo caratterizzato dal tentativo di omologare nella massa omogenea e di annullare ogni forma di differenza sociale e culturale, estetica e artistica.

Nel corso della trattazione Zagrebelsky, ricorrendo talvolta anche a singolari metafore, fornisce diverse e provvisorie definizioni della figura del maestro. «È colui che, stando più avanti e più in alto nella salita, trae a sé; è la guida da cui dipende l’ascesa, ma dal cui passo falso può anche dipendere la rovina». Nel ragionare l’autore, convintamente, afferma che il maestro non  è una figura anacronistica e che il magistero  è un percorso delicato e importante che non finisce mai, non ha confini perché si procede sempre verso altri e più alti traguardi. Il maestro, come persona rispettabile, “battistrada”, che è “più avanti” provvisoriamente nell’universo dell’esplorazione, può essere oscurato dalla fama dei suoi allievi.

Nel disquisire sull’idea del maestro, passando in rassegna i vari significati del termine magister, l’autore precisa che il maestro, come autorità morale, come persona degna di rispetto per le sue conoscenze, competenze e abilità, non è una figura burocratica ma un importante personaggio sociale per le sue responsabilità nella formazione delle nuove generazioni. Va considerato come un maestro di virtù civili, un uomo di azione e di pensiero che concepisce l’attività intellettuale come «alimento della vita sociale e politica, come interrogazione fondamentale sul senso della convivenza degli esseri umani», un personaggio pubblico che avvia giovani ad acquisire, nella loro formazione politica, conoscenze e valori morali.

Al maestro, che svolge una funzione culturale, bisogna riconoscere la libertà di pensiero, di coscienza e di insegnamento. Il maestro nell’insegnare deve lasciare segni che secondo Norberto Bobbio dovrebbero basarsi su: «l’inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura del giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose».

Zagrebelsky, riflettendo con un excursus storico sulle due eredità delle civiltà di Gerusalemme e Atene,  pone gli insegnanti di fronte al dilemma se insegnare la verità, che si è sicuri di possedere, oppure ricercare la verità sempre segnata dal dubbio euristico e sollecitante ulteriori domande.

Il vero maestro è colui che, di fronte alla verità, combatte le certezze seminando dubbi e rende consapevoli i suoi allievi del carattere mai perfetto e totale della conoscenza, sempre incompleta e inesauribile. Come seminatore di dubbi la persona che svolge una funzione magistrale invita responsabilmente a ricercare continuamente  la verità, evitando la “nausea del conoscere”, di cui parla Thomas Mann in Tonio Kröger, e di essere considerato, un enciclopedico, un “filisteo colto” (che sa tutto ciò che la storia ha prodotto), un erudito insignificante, «un perdigiorno viziato nel giardino del sapere» di nietzschiana memoria.

La responsabilità del maestro cambia a seconda che egli si dedichi a far conoscere, a far comprendere e far giustificare i suoi allievi. Per quanto riguarda la conoscenza egli dovrà essere un “assetato” di sapere, un “amante della verità”, un curioso sempre aperto a ogni nuova forma di conoscenza, un uomo capace di guardare dentro le cose, di fare, a partire dai fatti conosciuti, analisi e congetture, di avanzare interpretazioni per comprendere senza essere neutrale o fazioso, ma rispettoso della libertà dei discepoli.

Le parole e i comportamenti del maestro sono importanti perché possono indurre al conformismo o alla libertà dello spirito, all’amore o al disgusto del conoscere, allo sviluppo delle potenzialità inespresse, all’acquisizione di un metodo dialogico.

Il vero maestro è quella persona desiderosa di sapere, che rispetta la libertà dei suoi allievi che non dovranno diventare sudditi ma cittadini. Inoltre ogni maestro dovrebbe avere un ascendente, una autorità sui discepoli (che deriva dagli stessi allievi), ed essere una guida autorevole, “un irregolare che cerca una regola” per dirla con le parole di Claudio Magris, «un costruttore che riallaccia fili dispersi in modo nuovo», ed essere una persona umile nel riconoscere i propri errori. Non un maestro istituzionalizzato, “prete, ministro o ideologo”, burocratizzato nella sua funzione magistrale, ma un maestro come esempio lontano dal plagio e dalla seduzione, dalla costruzione e difesa della propria figura.

Il rapporto tra maestri e allievi si basa sulla comune passione per l’apprendimento, l’esplorazione, la ricerca, la scoperta del vero, del bello e del giusto, per la scienza e la cultura. Questa relazione è fatta di dinamiche emotive e sentimentali e anche di sfumature che vanno dal servilismo alla piaggeria, dal tradimento al ripudio, dalla gelosia alla competizione, dall’abbandono alla dedizione. Nel rapporto magistrale ognuno ha da imparare dall’altro nel pensiero e nell’esperienza.

Nell’ultima parte del saggio, Zagrebelsky sottolinea come oggi nel tendere a spegnere la curiosità, a smorzare il desiderio di scoprire nuovi orizzonti, a contrarre strumenti concettuali ed espressivi e a utilizzare un linguaggio sempre più impoverito, l’attività del magister è diventata progressivamente più difficile, poiché il suo precipuo compito è quello di gettare sguardi nuovi in ogni direzione (dentro e fuori di sé).

Gli odierni (falsi) maestri sono gli influencer, i persuasori, i tutors che tendono all’omologazione, a seguire le mode passeggere ed effimere; sono i maestri della futilità, dell’assuefazione, del dogma, dell’irrazionale, della negazione della realtà ed escludono ogni atteggiamento di dialogico, di confronto e di riflessione. Purtroppo i veri maestri, che sono quelli preposti al risveglio delle coscienze, sono diffamati e denigrati, temuti ed esclusi e forse irrilevanti.

Oggi nelle società democratiche, avere maestri, e non demagoghi ignoranti, comunicatori o propagandisti e pubblicitari, è una necessità vitale; occorre tener conto della “lezione dei maestri”, di voci autorevoli e non dimenticare mai che «non esistono maestri se non ci sono discepoli. Non sono i maestri a creare i discepoli, ma i discepoli (capaci di porre domande di senso) a scovare i maestri».

Mai più senza maestri (motto che si leggeva nel ’68 sui muri della Sorbona a Parigi) è un saggio argomentato con stile e nel leggerlo attentamente non si può non rimanere ammirati dalla ricchezza dei riferimenti storico-letterari, dalla straordinaria erudizione e dalla chiarezza dell’esposizione. Un libro, frutto di dottrina e sapienza da segnalare per la completezza dell’analisi, la linearità dell’impostazione e la chiarezza della proposta.

 

 

 


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