Viaggio nell’arte del secondo Novecento

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Arte cinetica (Op Art)

L’arte è ricerca continua, assimilazione delle esperienze passate, aggiunta di esperienze nuove, nella forma, nel contenuto, nella materia, nella tecnica, nei mezzi.

Bruno Munari

L’Arte cinetica (arte del movimento) o Op art (abbreviazione di Optical Art) è una forma d’arte internazionale che tende essenzialmente a materializzare in forme geometriche determinate sensazioni ottiche e psicologiche.

È una corrente artistica, basata sullo studio dei fenomeni ottici e sulla percezione del colore, dello spazio e del movimento reale o virtuale, nata alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso e  affermata in Europa e negli Stati Uniti d’America, quando è stata oggetto di una esposizione prima a Parigi (1955) con Le Mouvement presso la Galleria Dennise René, e poi al Museum of Modern Art (MoMa) di New York (1965) intitolata The Responsive Eye. Numerose mostre di “arte cinetica” e di “opere d’arte animate e moltiplicate” si ebbero tra il 1958 e il 1960.

 Questo movimento artistico, che si è avvalso di un metodo operativo programmato e che ha escluso dalla sua indagine ogni interferenza sentimentale, ha avuto le sue premesse nelle ricerche visuali svolte nell’ambito del Bauhaus (L. Moholy-Nagy e J. Alberst) e sugli studi cinetici del Futurismo (Balla) e si è basato sull’applicazione dei dati scientifici relativi ai fenomeni della percezione (che in quegli anni era oggetto di studio di una apposita branca della Storia dell’Arte: Rudolf Arnheim, Arte e percezione visiva) e ai meccanismi ottici visti anche in rapporto dialettico con la moderna tecnologia.

L’Arte cinetica, di indubbio valore creativo, ha avuto un’enorme fortuna ed è stata utilizzata dagli artisti e dalla critica per indicare la produzione di oggetti “estetici” in movimento realizzato attraverso meccanismi inseriti nel corpo dell’opera o indotti dal vento o anche in movimento “virtuale”, determinato dallo spostamento dello spettatore, il cui occhio è “pilotato”, provocato, e talvolta costretto al cambiamento dal punto di osservazione. L’impressione visuale del movimento è ottenuta attraverso la scientifica organizzazione e disposizione di linee e di forme, l’impiego di superfici ondulate o textures vibratili e la precisa combinazione di colori puri che sono in grado di agire sulla sensibilità percettiva dell’osservatore.

Nelle esperienze dell’arte cinetica, che spesso si avvalgono di effetti ottico-luminosi e di forme sonore, sono stati coinvolti gruppi e singoli artisti di diversi Paesi. Uno dei principali esponenti dell’Arte cinetica è l’ungherese Victor Vasarely (1908-1997) che, alternando colori chiari a colori scuri e moltiplicando o incastrando forme geometriche, genera sulla retina dell’osservatore un effetto di moto continuo. Il quadro Vega Pal (1969) di Vasarely crea l’illusione di un volume sferico che dal fondo si proietta verso l’osservatore, e l’effetto ottenuto è simile a quello di un pallone che, scagliato con forza, si ingrandisce via via che si avvicina allo spettatore.

In Italia, numerosi sono gli artisti che hanno aderito a questa corrente: il “Gruppo T” di Milano (Giovanni Anceschi, Federico Boriani, Gianni Colombo, Gabriele De Vecchi, Grazia Varisco), il “Gruppo N” di Padova (Alberto Biasi, Toni Costa, Edoardo Landi, Ennio Chiggio, Manfredo Massironi), il “Gruppo Uno” di Roma (Gastone Biggi, Nicola Carrino, Nato Frascà, Carlo Pace, Giuseppe Uncini) e in particolare Piero Dorazio, Bruno Munari, Getulio Alviani, ed Enzo Mari.

L’italiano Piero Dorazio (1927-2005) interessato ai fenomeni percettivi e cinetici, ha creato opere di grande rigore compositivo e dai sorprendenti effetti luministici. Le sue tele vibrano di luce e di colore; sono trame luminose omogenee, ottenute con pennellate fini, tratteggi sottili che animano la superficie della tela. L’artista, dopo aver visitato a Parigi un antico laboratorio tessile specializzato nella realizzazione di arazzi, ha creato  l’opera La ribambelle des Gobelins (1964, olio su tela, Torino, Gam). I fili colorati e intrecciati sui telai diventano fonte di ispirazione per l’artista che crea un reticolo di linee verticali, orizzontali e oblique. Gli “stacchi” tra le bande di diverso colore esaltano la luminosità della tela e creano una percezione di movimento.

Bruno Munari (1907-1998), artista eclettico (designer, scultore, grafico), oltre a dare vita al ciclo delle Macchine inutili, strutture da appendere, congegni meccanici presentati come modelli sperimentali che indagano sulle possibilità percettive, ha organizzato una mostra, Arte Programmata, itinerante tra Milano e New York, accompagnata da un testo di Umberto Eco, in cui il celebre semiologo applica alle opere cinetico-programmate, moltiplicabili e componibili, il famoso concetto di opera aperta; opera che non ha un significato già dato, ma consente una forte interazione con il pubblico.

Ha scritto il critico d’arte Gillo Dorfles che «Oggi, a distanza di alcuni lustri da quando le esperienze cinetiche fecero la loro comparsa nel panorama dell’arte visuale, dobbiamo riconoscere che ben poche di queste opere hanno mantenuto inalterata la loro “freschezza” e il loro interesse».


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