L’angolo delle curiosità su Dante Alighieri

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        Considerate la vostra semenza: /fatti non foste a vivere come bruti, /  ma per seguir virtute e canoscenza     

 Inferno XXVI canto

Dante Alighieri scrive nel Convivio: «Se è vero che la cultura è ciò che vi è di più umano nell’uomo, è necessario, se l’uomo vuole essere sollevato dalla sua condizione e dalla sua alienazione, che sia egli stesso a fare la sua essenza».

Il sommo poeta è tra gli autori più apprezzati del mondo e la sua Divina Commedia è un’opera della letteratura italiana più tradotta in decine di lingue e anche in dialetto.  Recentemente è stata pubblicata un’edizione in dialetto triestino da parte di Nereo Zeper  che ha impiegato più di 25 anni per le tre sezioni: Inferno, Purgatorio e Paradiso. Un dialetto che include italianismi, venetismi, friulanismi (cioè termini presi a prestito dall’italiano, dal dialetto veneto e friulano.

Umberto Eco, il grande filosofo e semiologo, in maniera molto sintetica a proposito dell’opera di Dante Alighieri ha scritto: «La Divina Commedia: Un tale va all’Inferno, attraversa il Purgatorio e finisce in Paradiso».

Secondo il saggista Franco Nembrini il Purgatorio è la Cantica del cambiamento. Si comincia in un modo e si finisce in un altro, come nella vita di ogni giorno. Dante ci fa capire che il problema non è cadere, ma rialzarsi, afferrare la mano che ogni volta ci viene offerta accogliendo quel perdono divino che gratuitamente offre una vita nuova: la misericordia. Il Purgatorio è il regno in cui Dante esprime la possibilità data all’uomo di ricominciare.

Engels   Friedrich. filosofo e uomo politico tedesco (Barmen 1820 – Londra 1895), collaboratore e amico di Karl Marx, nella Prefazione che apre il II libro del Capitale di Marx, ha scritto: «L’Italia è il paese della classicità. Dalla grande epoca in cui apparve sul suo orizzonte l’alba della civiltà moderna, essa ha prodotto grandiosi caratteri, di classica ineguagliata perfezione, da Dante a Garibaldi».

Nell’antica chiesa di Santa Maria dei Cerchi, risalente all’XI secolo, meglio nota come «chiesa di Dante», nel 1285 il poeta sposò Gemma Donati. Secondo alcuni studiosi  in questo luogo, alcuni anni prima Dante, proprio al cospetto dell’altare, ha visto per la prima volta Beatrice Portinari. In questa chiesa venne sicuramente sepolto Folco Portinari, il padre della giovane.

I’ fui nato e cresciuto/sopra ‘l bel fiume d’Arno alla gran villa (XXIII canto vv. 94/95 dell’Inferno). Questi versi che trasudano nostalgia furono scritti dal poeta durante il sofferto esilio che lo tenne lontano da Firenze fino alla sua morte. 

  Le strade e i veicoli medievali di Firenze, che dividono il Battistero di San Giovanni e l’attuale Piazza della Signoria, furono il palcoscenico dell’infanzia, della adolescenza e della giovinezza di Dante, oltre che il collegamento naturale tra il potere religioso e quello politico della città. 

La Divina Commedia è un grande poema d’amore che è presente dagli abissi dell’Inferno fino alle altezze del cielo. La parola amore è presente nelle tre cantiche: dalle 19 volte (con amor) dell’Inferno, alle 50 del Purgatorio (con amor, Amor, Amore e amori) alle 85 del Paradiso (con amor, Amor, Amore e amori). Nell’Inferno l’esperienza amorosa è soprattutto un compendio di amori insani, un’esplosione di sensi, una passione irrazionale e senza freni come nel V canto dei lussuriosi. Nel Purgatorio si fa strada la concezione cristiana dell’amore come “agape” e nel Paradiso l’amore diventa sublime appagamento di ogni desiderio, pienezza e perfezione nella luce del Dio Amore.

Dante Alighieri ha usato la parola Quisquilia, parola latina che voleva dire «rifiuti, immondizie»; in seguito in italiano ha preso il significato di «imperfezione, impurità». Nella Divina Commedia il poeta scrisse che Beatrice aveva allontanato dai suoi occhi «ogni quisquilia», cioè ogni ombra.

        


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