LATINA- Luca Ricolfi, editorialista del quotidiano “Il Messaggero” e docente di Analisi dei dati all’Università di Torino, è nelle librerie con un volume di fondamentale importanza. “La società signorile di massa” edito dalla “Nave di Teseo” descrive assai bene la condizione in cui si trovano a vivere gran parte degli italiani.

Intanto sfata un mito, il Prof. Ricolfi, quello di una Italia povera e stracciona. Non è vero, dati alla mano. Il 94% dei cittadini infatti, vive sopra la soglia di povertà, percentuale che flette lievemente se si considerano i residenti (87%).

Il reddito medio annuale delle famiglie italiane si aggira intorno ai 46.000 euro, una cifra quadruplicata rispetto al 1951, anno in cui soltanto il 10,4% delle famiglie poteva disporre di un bagno in casa.

La ricchezza media degli italiani, invece, nel 1951 equivaleva a 100.000 euro attuali. Già quarant’anni più tardi, vale a dire nei primi anni ’90, era salita a 350.000 euro. Oggi è di poco inferiore ai 400.000 euro.

Sostanzialmente Ricolfi disegna una Italia dove la percentuale di non lavoratori supera ampiamente quella di chi produce. Un esercito di giovin signori con l’aspettativa di ereditare la ricchezza ed il patrimonio accumulato da nonni e genitori.

In Italia a lavorare sono il 59.8% degli stranieri – di cui 1 su 3 vive in condizioni di povertà assoluta- contro il 43.3% degli italiani. Abbiamo, inoltre, il 30 % di cosiddetti Neet, vale a dire giovani che non studiano né lavorano, percentuale terribilmente al di sopra della media europea.

Questo perché le nuove generazioni, in prima fila chi scrive, si riparano sotto le tovaglie di un desco familiare abbastanza ricco e fornito. Accediamo tutti, compresa la maggioranza di non lavoratori, a beni di consumo opulenti e voluttuari: food, benessere, gioco d’azzardo ( unico settore ad esser cresciuto del 110%) , prostituzione e sostanze stupefacenti.

La società signorile di massa prevede che, a fronte di una minoranza sempre più esigua di produttori, vi sia una maggioranza assoluta che consuma il surplus in un iper individualismo tipico di chi è cosciente di non dover faticare altrimenti.

Altra condizione tipica di una società che Lévi-Strauss avrebbe definito “fredda” è che l’economia conosca una fase di stagnazione o decrescita. E che, per converso, ampi settori produttivi siano concentrati nel lavoro di una classe di moderni schiavi. Basti pensare ai lavoratori nei campi, alle badanti, alle prostitute che affollano le strade italiane.

Per quanto tempo ancora potrà durare una società, sostanzialmente, di parassiti? Scrive Ricolfi: “Siamo abbastanza prosperi per permettere a tanti di noi di non lavorare, non siamo abbastanza produttivi per permetterci di conservare a lungo la nostra prosperità”.

Dunque la sfida di un Paese che spende più per il gioco che per la sanità pubblica, sta nel non permettere che la stagnazione si trasformi, in tempi rapidi, in un irrimediabile

La copertina del libro

declino.

Teoricamente ce la potremmo anche fare. La classe dirigente attuale, tuttavia, farebbe disperare anche il più incallito degli ottimisti.


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